Polemiche belle toste nel mondo della moda sui calendari delle sfilate A/I 2010 la settimana scorsa a Milano. Tra i più seri indiziati, ancora lei: Anna Wintour, direttrice di Vogue America (nella foto), accusata di fare in modo di accorciare la settimana a due/tre giorni perché Milano non le piace e ha altre cose da fare. Una lagna, ma di proporzioni transoceaniche. Diciamo, anche nelle liti la moda ha una grandeur che la gioielleria… Ecco, alla gioielleria forse ci vorrebbe una Wintour. Anche un signor Wintour andrebbe bene, non per avere liti più grandi, ma per avere un pungolo bello appuntito e chiedersi tutti insieme che cosa si vuol fare di questo benedetto made in Italy orafo, come tutelarlo e rilanciarlo, come presentarlo e venderlo. Insomma, ci vorrebbe chi con qualche riconosciuta autorità facesse riflettere seriamente. Perché, ad esempio, dopo l’annuncio della costruzione di nuovo padiglione ad opera degli architetti Herzog & de Meuron (pronto per il 2013, investimento 430 milioni di franchi svizzeri), adesso c’è una voce che vuole il ritorno della lussuosa galassia dei marchi Richemont (Cartier e compagnia) alla fiera di Basilea grazie ad uno “sgravio”: toccherà “emigrare” sul serio per vendere il nostro lusso? In Svizzera, poi! Al lordo dei capricci, a Milano quelli della moda tre giorni pieni se li tengono e, con o senza la Wintour, arrivano i migliori buyer e gli affari si fanno. Che, alla fine della fiera, è quel che conta sul serio.
Dopo il quasi 40% di Vicenza a gennaio, arriva adesso il 15% in più di Inhorgenta Europe, la fiera di Monaco conclusa il 22 febbraio scorso. Parliano di visitatori e buyer, ovviamente, indicatore quanto mai sensibile delle condizioni di mercato e delle aspettative future. E dunque, sembra che il mercato scommetta se non sulla ripresa, almeno sul ristabilimento di una certa regolarità del business. A favore di questo clima di fiducia parlano anche le cifre di un sondaggio condotto in contemporanea alla manifestazione. Il 42% degli espositori intervistati ha assegnato all’attuale situazione economica del settore una valutazione da ottima a buona (nel 2008 furono il 33%), mentre l’80% (contro il 56%) ha indicato lo stesso giudizio per lo sviluppo futuro del mercato. Per i visitatori queste percentuali salgono rispettivamente del 51% (contro il 45% del 2008) e del 74% (62%). Klaus Dittrich, presidente della direzione generale di Messe München, ha così commentato: “Siamo estremamente contenti dell’eccellente andamento di Inhorgenta Europe 2010 che ha superato persino le nostre aspettative”. Il che è tutto dire.
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Ancora cifre del 2009 (siamo in piena stagione di bilanci). Adesso tocca al World Gold Council (nella foto, Aram Shishmanian, l’amministratore delegato) che attraverso il suo “Gold Demand Trends” pubblicato mercoledì scorso informa che nel 2009 la domanda globale di oro è diminuita dell’11% (3.385,8 tonnellate contro le 3.805,7 del 2008). In valore però 2008 e 2009 si assomigliano (da 105,87 miliardi di dollari a 105,58 del 2009) visto che la quotazione del metallo si è apprezzata lo scorso anno del 12%. Secondo il WGC il calo della domanda di oro da parte dell’industria orafa è del 20% con segni di recupero nel quarto trimestre: il calo è stato infatti solo dell’8%, il più basso decremento dall’autunno 2008. Ci si sta abituando ai prezzi alti, è l’opinione dei vertici del WGC. India e Cina (e chi altri sennò?) guidano il recupero con aumenti rispettivamente del 27 e del 2% nell’ultimo trimestre. E la Cina, oltretutto, è stato l’unico mercato al mondo ad aumentare la domanda di metallo nel 2009 (+6%).
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E’ Andrea Morante (nella foto), ex banchiere d’affari già ai vertici di Credit Suisse First Boston, il nuovo amministratore delegato di Pomellato. Interessante l’intervista pubblicata oggi su Il Sole 24 Ore con un’acuta analisi del mercato: “Con la crisi è cambiata la propensione all’acquisto di gioielli. Nei mercati più maturi il consumatore tenderà sempre di più a rimandare gli acquisti più importanti e appariscenti, lasciandosi guidare da maggior senso di responsabilità e sobrietà. Sarà meno impulsivo e meno condizionato da pagine di pubblicità in cui l’erotismo si confonde con il prodotto, sarà più attento alla coerenza e al Dna del marchio che acquista. Pretenderà un rapporto più razionale fra prezzo e contenuto (”value for money”). Dal punto di vista geografico, a spingere i consumi sarà soprattutto la Cina, insieme agli altri mercati emergenti (Brasile, India, Russia), mentre Usa e Giappone continueranno a essere mercati depressi e in Europa regnerà l’incertezza”.
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Stagione di bilanci, e non particolarmente spumeggianti. Oggi il Gruppo Damiani (nella foto, Silvia Damiani con Elle McPherson al gala d’inaugurazione della boutique londinese di Old Bond Street l’8 febbraio scorso) ha reso noti quelli relativi ai primi nove mesi dell’esercizio 09/10 (chiusi il 31 dicembre scorso). I ricavi sono pari a 118,4 milioni di euro (-6,6%) con un risultato netto negativo per 7,4 milioni. A pesare maggiormente sui conti è stato il canale wholesale (-16,1%), mentre il canale retail è cresciuto addirittura del 48,5% per 28 milioni di euro grazie alla catena di negozi Rocca 1794 acquisita a settembre 2008. Nel terzo trimestre gli affari hanno però invertito la rotta: il fatturato è aumentato del 2,3% (per 62,1 milioni) rispetto al 2008. Banale ma obbligatoria la domanda: il peggio è passato?
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C’è sempre stato chi, sottovoce, diceva che l’operazione di Mariella Burani Fashion Group nel settore orafo con l’acquisizione di quattro aziende fosse molto più finanziaria che industriale. Solo un gossip? Però, lo stesso Giovanni Burani, Ad di MBFG, si prestava volentieri su invito delle banche ad essere testimonial, almeno così narrano le cronache, della “finanziarizzazione” delle aziende, i piccoli e medi imprenditori lo ascoltavano scettici. I Burani volevano replicare nella gioielleria il successo ottenuto con Antichi Pellettieri: creare un gruppo di aziende e portare la sub-holding alla quotazione (poi disintegratosi con l’arrivo delle grosse difficoltà della casa madre). Lo fece intendere bene Giovanni Burani a Vioro Magazine nel gennaio 2007 parlando di “modello Antichi Pellettieri”. Di finanza alla fine si sono però dovuti arrendere i Burani. Stamani, infatti, il tribunale fallimentare di Milano ha dichiarato fallita la Burani Design Holding, la società che controlla indirettamente la casa madre secondo l’inafferrabile schema delle scatole cinesi. Quel che si teme oggi è l’effetto domino su tutto ciò i Burani hanno creato. Il gruppo sta affrontando infatti una complicata ristrutturazione del debito (quasi mezzo miliardo di euro). La stampa economica specifica che “non ci sono effetti contestuali sulla società quotata in Borsa, cioè Mariella Burani Fashion Group”, titolo peraltro sospeso a tempo indeterminato sin dall’agosto 2009. Tuttavia, nel dichiarare il fallimento di Burani Designer Holding i giudici hanno messo in forte dubbio la possibilità che possa essere salvata anche la controllata quotata. Tramonta forse qui un metodo di sviluppo che pareva invincibile. Sic transit…
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