30 settembre 2010

Avanti un altro!

blue-nileAlla lista delle aziende che offrono una applicazione (”app”) per visitare i loro siti gratuitamente attraverso iPhone e piattaforme simili si aggiunge adesso l’americana Blue Nile, il più grosso internet retailer di diamanti e gioielleria del mercato Usa con un fatturato di 302 milioni di dollari (dicembre 2009).

Politica lumaca

pradaE mentre ieri Prada presentava le sue etichette “global”, la commissione per il Commercio internazionale del Parlamento europeo ha approvato la proposta di regolamento europeo per l’etichettatura obbligatoria delle merci provenienti dai Paesi extra-Ue. Ora la parola dovrà passare all’assemblea plenaria e poi a Bruxelles, al consiglio dei ministri: ma quando mai succederà che la politica si allinei alla velocità del mercato?

29 settembre 2010

Made in… Prada!

Miuccia_PradaTracciabilità, etichetta, salvaguardia del made in Italy. E mentre la legge Reguzzoni-Versace-Calearo sul “Made in” è finita nelle secche in mancanza della notifica all’Ue delle norme attuative (l’entrata in vigore era prevista per 1 ottobre prossimo, invano), e mentre la nuova legge sui titoli e i marchi di identificazione dei metalli preziosi langue al Senato (l’approvazione era prevista addirittura entro l’estate, quale?), arriva adesso una “provocazione shock” che di certo getterà nuova benzina sul fuoco del dibattito. La benzina la getta Prada, nome prestigioso del made in Italy, che ha deciso di scrivere sulle etichette la provenienze dei (costosi) capi: c’è di tutto, tranne che made in Italy. Tipo: i maglioni made in Perù, i jeans made in Japan, i ricami made in India, i kilt made in Scotland. Intervistata oggi dal Corriere della Sera, Miuccia Prada, guru del fashion planetario (nella foto), spiega: “è l’idea politica di riconoscere le altre identità e l’originalità delle cose senza intenzioni socialmente utili perché i prodotti costano, il fatto a mano è così… Anche i ricami indiani si sono sempre fatti facendo finta che non si fanno perché tutto deve essere per forza made in Italy”. E ancora: “il made in Italy va difeso in altro modo: proteggendo le abilità, con i fatti e non a parole… Creiamo allora scuole per le maestranze, oggi è difficilissimo trovare gente che porti avanti le nostre tradizioni”. La signora, insomma, va giù piatta: “Quando la difesa del made in Italy è una retroguardia è sbagliata, per di più se fine a se stessa perché il mondo è vasto, ci sono qualità ovunque… e a noi non possono dire niente: facciamo l’80% in Italia (11 fabbriche, 1100 dipendenti, per la cronaca)”. Ipse dixit, incendiaria come sempre.

27 settembre 2010

Quando l’etica è eccellenza

tota“Per valorizzare e proteggere se stesso un brand deve essere senza macchia, utilizzare materie prime reperite e prodotte nel rispetto di un’etica della responsabilità e della coerenza”. Idee chiare e insindacabili per Adriano Tota, amministratore delegato della 1922 Manifatture Preziose Torino SpA e responsabile della Strategia e della Finanza della RDG SpA (nella foto), che ha partecipato di recente al workshop svoltosi nel padiglione delle Nazioni Unite all’Expo di Shanghai all’interno della settimana dell’Unitar (Istituto dell’Onu per la Formazione e la Ricerca). 1922 Manifatture Preziose Torino Spa è stata selezionata per questo momento di confronto fra i grandi marchi mondiali e gli organismi internazionali sui temi dell’etica del mercato della gioielleria e sull’evoluzione del settore negli ultimi 10 anni con l’adozione del Kimberley Process Certification Scheme e la nascita della WJCEF (World Jewellery Confederation Education Foundation) per combattere il  commercio illegale di diamanti. Tota ha sottolineato come la sua azienda operi seguendo i principi di “etica e responsabilità”. Principi che l’hanno portata a incontrare e sostenere la Piazza dei Mestieri, associazione che apre le porte del lavoro ai giovani provenienti da situazioni di marginalità ed esclusione sociale. “In questo caso – ha proseguito Tota – etica e responsabilità si coniugano con azioni di inclusione e crescita delle competenze, valorizzazione delle persone e delle loro individualità”. All’ Expo di Shanghai  è stato dunque raccontato un esempio dell’eccellenza italiana basata anche su una dimensione immateriale cui l’etica non può rimanere estranea. Oggi le aziende del gruppo industriale (1922 Manifatture Preziose Torino) e commerciale (RDG) fatturano 45 milioni di euro e impiegano in Italia un centinaio di persone.

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Diamanti: Marange della discordia

marange_L’etica equivale alla qualità. E quando, in chiusura di VICENZAORO Choice, il direttore della Fiera di Vicenza, Corrado Facco, ha fatto riferimento alla qualità degli ingressi (da preferirsi alla quantità), il ragionamento sulla qualità stessa si è appunto allargato anche all’etica, alla tracciabilità, alla sostenibilità, alla responsabilità sociale. Cartina di tornasole di questi temi forti non possono che essere i diamanti. Per l’industria diamantifera il sistema Kimberley Process ha contribuito ad arginare il triste fenomeno dei “blood diamonds”, ma i dubbi sulla sua efficacia tendono però a persistere. Il caso dei giacimenti diamantiferi di Marange nello Zimbabwe (nella foto) ne è l’esempio più clamoroso. Marange è sotto il controllo dell’esercito e della polizia agli ordini del dittatore Mugabe che sfruttano i minatori con evidenti e documentate prove di violazioni dei diritti umani, tuttavia il Kimberley Process non prevede limitazioni per il commercio di quei diamanti, non essendo Marange al centro di combattimenti. Alla decisione si è conformato anche il Responsible Jewellery Council, organizzazione internazionale no profit il cui scopo è la creazione di un sistema di certificazione sull’etica (le settimane scorse RJC ha annunciato il raggiungimento di 250 aziende associate e la certificazione avvenuta per la prima azienda, la francese Gay Frères). Ma il comportamento passivo di RJC nei confronti del Kimberley Process su Marange non è piaciuto a Open Source Minerals, società con sede a Maastricht che commercia in gemme e metalli, la cui filosofia è riassunta nel motto “Non crediamo nell’etica, nell’integrità e nella qualità. Le mettiamo in pratica!” Conseguenza: la disdetta di Open Source Minerals a far parte di RJC (era entrata nel giugno 2009). La lettera di rinuncia è stata pubblicata un paio di settimane fa anche dal blog Fair Jewellery Action (leggi).

La moda dei cambiamenti

marchiIn pieno svolgimento a Milano la settimana della moda: passerelle, vip, buyer, party, tendenze e business. Torna però in mente il breve colloquio avuto a VICENZAORO Choice con Marco Marchi, amministratore delegato di Liu-Jo (più o meno 200 milioni di euro di fatturato), da un po’ presenza fissa in Fiera per “accompagnare” una delle poche liaison riuscite tra moda e gioiello, il marchio Liu-Jo Luxury in licenza a Nardelli Gioielli (nella foto LaPresse, Marchi, al centro, è con Domenico Nardelli e Barbara D’Urso che indosserà l’orologio Liu-Jo in Tv). Marchi ha una visione fresca e controcorrente della cose, ad esempio: sfilate no (”uno spreco da mezzo milioni di euro”), Facebook sì (Liu-Jo ha 70 mila “amici” registrati). Insomma, tutta l’attenzione e le risorse economiche vanno rivolte verso il consumatore, basta con riti che sono sostanzialmente autoreferenziali. Questa freschezza, e i risultati economici di questa realtà a metà strada tra fast fashion e moda pronta di lusso, ha finalmente convinto la Camera Nazionale della Moda Italiana ad accogliere Liu-Jo tra i suoi iscritti dopo anni di indifferenza snob. Il fatto è che Marchi la mette giù dura: “se alla Camera non si vorranno capire i cambiamenti del mercato, noi possiamo fare a meno di loro”. Che c’entra questo con la gioielleria? E’ la visione che c’entra, la capacità di vedere le cose in modo diverso e innescare i mutamenti. Cosa di cui ce n’è bisogno come l’aria.

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