Un’anteprima dell’estate arriva da Nardelli Gioielli. L’azienda annuncia infatti che a giugno aprirà a Capri Sunsation, la sua prima boutique monomarca. A pochi passi dalla mitica Piazzetta, ecco uno scrigno prezioso dove troveranno spazio tutte le collezioni del brand campano, prima fra tutte, proprio la linea ‘Sunsation’, da cui prende nome il monomarca, costellata di luccicanti soli in oro tempestati di diamanti. L’apertura caprese segue un triennio di successi per l’azienda dei fratelli Domenico e Bruno Nardelli. L’incremento del fatturato per l’azienda si è attestato intorno al 15% per anno. Con quasi cinquecento punti vendita, Nardelli Gioielli copre ormai l’intero territorio nazionale ed ha iniziato una fase espansiva anche oltre confine, con penetrazione su mercati come quello giapponese, arabo, maltese, francese e statunitense.
Meno due giorni da Istanbul e meno sette da Basilea, due test fieristici carichi di significati, importanti soprattutto per capire la solidità dei segnali di miglioramento che da VicenzaOro di gennaio in poi si sono manifestati in altre fiere del mondo. Vioro Magazine è presente in entrambe le fiere con il proprio stand, dove viene venduto anche lo Yearbook 2010 a 15 euro. Ieri intanto si è chiusa l’International Jewellery Show di Hong Kong (foto) con la presenza di 32000 buyer, il 9% in più rispetto al 2009, e 28% in più per quel che riguarda i buyer provenienti da altri continenti (+38% gli americani, +20% gli italiani). E sempre ieri la catena Neiman Marcus, department store di lusso americano, ha annunciato un utile netto di 4 milioni di dollari per il secondo trimestre fiscale 2010. Il primo semestre dell’anno si è chiuso con un fatturato di 1,97 miliardi di dollari (-4,8%) e profitti netti di 12,5 milioni (dai 496,3 milioni di perdite nel 2009). Ma sui segnali di miglioramento il mercato non la pensa esattamente così: più di un operatore raggiunto telefonicamente ha fatto intendere chiaramente che il business è immobile, in pratica il prodotto fatica moltissimo ad uscire dai negozi. Quel che emerge è un’attività a macchia di leopardo (e le macchie son sempre più ristrette), si fa cioè strada il concetto della fetta più grande di una torta più piccola. Le aziende più organizzate e competitive occupano gli spazi lasciati liberi da chi si dibatte nelle difficoltà. Sarà questa la “nuova normalità” del mercato? Infine, a proposito del post del 2 marzo scorso nel quale parlavamo della sfilata di Dolce & Gabbana col loro video dedicato all’artigianato, val la pena di citare un passo di una devastante intervista ad un artigiano dell’abbigliamento in fallimento pubblicata qualche giorno fa su Il Giornale a firma di Stefano Lorenzetto. Eccolo: “Nell’ultima sfilata di Dolce & Gabbana c’era un maxi schermo che rimandava le immagini delle sartine con ago e ditale, per mostrare che l’alta moda è tutta italiana. Non è vero, non può essere vero. Altrimenti io non avrei dichiarato fallimento. Ma dove vivono questi due signori?”
Un segno inequivocabile che potere e ricchezza stanno emigrando con decisione verso Oriente è la recente vendita da parte di Petra Diamonds del gigantesco diamante grezzo ‘Cullinan Heritage’ (507,5 carati), la diciannovesima gemma della storia per dimensioni, scoperto in Sud Africa nel settembre 2009. L’acquirente, per 35 milioni e rotti di dollari (un prezzo mai pagato prima per un grezzo che ne riflette le eccezionali qualità in termini di colore e di purezza), è la Chow Tai Fook Jewellery Company Ltd di Hong Kong, uno dei big retailer del Far East. Fino a pochi anni fa la notizia era impensabile: i grandi e storici diamantaire occidentali non si sarebbero fatti sfuggire l’opportunità, erano loro gli incontestati dominus del mercato. La notizia è dunque d’effetto: oltre al tornaconto economico che una clientela sempre più miliardaria può garantirgli, Chow Tai Fook si è assicurata un ritorno mediatico planetario, stabilendo in qualche modo un nuovo ordine di grandezza. Ora, i nababbi disposti ad acquisti iperbolici vivono a Hong Kong, Shanghai, Pechino, a Macao. Una lezione per tutti: il vero business è laggiù.
Mentre Basilea scalda i motori, ancora una suggestione (anzi, due) dalle sfilate milanesi del prêt-à-porter autunno/inverno prossimo venturo. Siccome alla moda vengono riconosciute capacità divinatorie, pare interessante il fatto che le gambe (scoperte) siano state uno degli argomenti forti delle presentazioni. Fra tutti, Armani e Dolce & Gabbana (nella foto), loro poi in un finale trionfale con 70 modelle senza gonne. Ora, se resta valido il cosiddetto “indice della minigonna” secondo cui più la gonna si accorcia e più l’economia tira, gli stilisti scommettono sulla ripresa. O si tratta di una lettura d’auspicio? E poi l’artigianato. Gli stessi Dolce & Gabbana hanno accompagnato il loro défilé con un video dove si vedono loro stessi impegnati nella creazione dei modelli attorniati da sarte e modellisti: un modo incisivo per esaltare sartorialità, creatività, manualità. Commossa, la platea ha applaudito il doppio spettacolo. Tra l’altro, sull’eccellenza dell’artigianato si sono già soffermati attraverso pagine pubblicitarie sia Louis Vuitton che Gucci. I big hanno capito l’aria che tira e che cosa realmente cerca il consumatore nei suoi acquisti. Allora, visto che la gioielleria viene fatta con gli stessi ingredienti, perché non comunicare ai buyer di tutto il mondo, distratti dalle scorciatoie del low cost (e anche ai consumatori), l’italico ingegno? Perché non riaffermare con messaggi espliciti che il gioiello autentico, di gran qualità, altro non è che quella cosa là?
Polemiche belle toste nel mondo della moda sui calendari delle sfilate A/I 2010 la settimana scorsa a Milano. Tra i più seri indiziati, ancora lei: Anna Wintour, direttrice di Vogue America (nella foto), accusata di fare in modo di accorciare la settimana a due/tre giorni perché Milano non le piace e ha altre cose da fare. Una lagna, ma di proporzioni transoceaniche. Diciamo, anche nelle liti la moda ha una grandeur che la gioielleria… Ecco, alla gioielleria forse ci vorrebbe una Wintour. Anche un signor Wintour andrebbe bene, non per avere liti più grandi, ma per avere un pungolo bello appuntito e chiedersi tutti insieme che cosa si vuol fare di questo benedetto made in Italy orafo, come tutelarlo e rilanciarlo, come presentarlo e venderlo. Insomma, ci vorrebbe chi con qualche riconosciuta autorità facesse riflettere seriamente. Perché, ad esempio, dopo l’annuncio della costruzione di nuovo padiglione ad opera degli architetti Herzog & de Meuron (pronto per il 2013, investimento 430 milioni di franchi svizzeri), adesso c’è una voce che vuole il ritorno della lussuosa galassia dei marchi Richemont (Cartier e compagnia) alla fiera di Basilea grazie ad uno “sgravio”: toccherà “emigrare” sul serio per vendere il nostro lusso? In Svizzera, poi! Al lordo dei capricci, a Milano quelli della moda tre giorni pieni se li tengono e, con o senza la Wintour, arrivano i migliori buyer e gli affari si fanno. Che, alla fine della fiera, è quel che conta sul serio.
Dopo il quasi 40% di Vicenza a gennaio, arriva adesso il 15% in più di Inhorgenta Europe, la fiera di Monaco conclusa il 22 febbraio scorso. Parliano di visitatori e buyer, ovviamente, indicatore quanto mai sensibile delle condizioni di mercato e delle aspettative future. E dunque, sembra che il mercato scommetta se non sulla ripresa, almeno sul ristabilimento di una certa regolarità del business. A favore di questo clima di fiducia parlano anche le cifre di un sondaggio condotto in contemporanea alla manifestazione. Il 42% degli espositori intervistati ha assegnato all’attuale situazione economica del settore una valutazione da ottima a buona (nel 2008 furono il 33%), mentre l’80% (contro il 56%) ha indicato lo stesso giudizio per lo sviluppo futuro del mercato. Per i visitatori queste percentuali salgono rispettivamente del 51% (contro il 45% del 2008) e del 74% (62%). Klaus Dittrich, presidente della direzione generale di Messe München, ha così commentato: “Siamo estremamente contenti dell’eccellente andamento di Inhorgenta Europe 2010 che ha superato persino le nostre aspettative”. Il che è tutto dire.