Un segno inequivocabile che potere e ricchezza stanno emigrando con decisione verso Oriente è la recente vendita da parte di Petra Diamonds del gigantesco diamante grezzo ‘Cullinan Heritage’ (507,5 carati), la diciannovesima gemma della storia per dimensioni, scoperto in Sud Africa nel settembre 2009. L’acquirente, per 35 milioni e rotti di dollari (un prezzo mai pagato prima per un grezzo che ne riflette le eccezionali qualità in termini di colore e di purezza), è la Chow Tai Fook Jewellery Company Ltd di Hong Kong, uno dei big retailer del Far East. Fino a pochi anni fa la notizia era impensabile: i grandi e storici diamantaire occidentali non si sarebbero fatti sfuggire l’opportunità, erano loro gli incontestati dominus del mercato. La notizia è dunque d’effetto: oltre al tornaconto economico che una clientela sempre più miliardaria può garantirgli, Chow Tai Fook si è assicurata un ritorno mediatico planetario, stabilendo in qualche modo un nuovo ordine di grandezza. Ora, i nababbi disposti ad acquisti iperbolici vivono a Hong Kong, Shanghai, Pechino, a Macao. Una lezione per tutti: il vero business è laggiù.
Mentre Basilea scalda i motori, ancora una suggestione (anzi, due) dalle sfilate milanesi del prêt-à-porter autunno/inverno prossimo venturo. Siccome alla moda vengono riconosciute capacità divinatorie, pare interessante il fatto che le gambe (scoperte) siano state uno degli argomenti forti delle presentazioni. Fra tutti, Armani e Dolce & Gabbana (nella foto), loro poi in un finale trionfale con 70 modelle senza gonne. Ora, se resta valido il cosiddetto “indice della minigonna” secondo cui più la gonna si accorcia e più l’economia tira, gli stilisti scommettono sulla ripresa. O si tratta di una lettura d’auspicio? E poi l’artigianato. Gli stessi Dolce & Gabbana hanno accompagnato il loro défilé con un video dove si vedono loro stessi impegnati nella creazione dei modelli attorniati da sarte e modellisti: un modo incisivo per esaltare sartorialità, creatività, manualità. Commossa, la platea ha applaudito il doppio spettacolo. Tra l’altro, sull’eccellenza dell’artigianato si sono già soffermati attraverso pagine pubblicitarie sia Louis Vuitton che Gucci. I big hanno capito l’aria che tira e che cosa realmente cerca il consumatore nei suoi acquisti. Allora, visto che la gioielleria viene fatta con gli stessi ingredienti, perché non comunicare ai buyer di tutto il mondo, distratti dalle scorciatoie del low cost (e anche ai consumatori), l’italico ingegno? Perché non riaffermare con messaggi espliciti che il gioiello autentico, di gran qualità, altro non è che quella cosa là?
Polemiche belle toste nel mondo della moda sui calendari delle sfilate A/I 2010 la settimana scorsa a Milano. Tra i più seri indiziati, ancora lei: Anna Wintour, direttrice di Vogue America (nella foto), accusata di fare in modo di accorciare la settimana a due/tre giorni perché Milano non le piace e ha altre cose da fare. Una lagna, ma di proporzioni transoceaniche. Diciamo, anche nelle liti la moda ha una grandeur che la gioielleria… Ecco, alla gioielleria forse ci vorrebbe una Wintour. Anche un signor Wintour andrebbe bene, non per avere liti più grandi, ma per avere un pungolo bello appuntito e chiedersi tutti insieme che cosa si vuol fare di questo benedetto made in Italy orafo, come tutelarlo e rilanciarlo, come presentarlo e venderlo. Insomma, ci vorrebbe chi con qualche riconosciuta autorità facesse riflettere seriamente. Perché, ad esempio, dopo l’annuncio della costruzione di nuovo padiglione ad opera degli architetti Herzog & de Meuron (pronto per il 2013, investimento 430 milioni di franchi svizzeri), adesso c’è una voce che vuole il ritorno della lussuosa galassia dei marchi Richemont (Cartier e compagnia) alla fiera di Basilea grazie ad uno “sgravio”: toccherà “emigrare” sul serio per vendere il nostro lusso? In Svizzera, poi! Al lordo dei capricci, a Milano quelli della moda tre giorni pieni se li tengono e, con o senza la Wintour, arrivano i migliori buyer e gli affari si fanno. Che, alla fine della fiera, è quel che conta sul serio.
Dopo il quasi 40% di Vicenza a gennaio, arriva adesso il 15% in più di Inhorgenta Europe, la fiera di Monaco conclusa il 22 febbraio scorso. Parliano di visitatori e buyer, ovviamente, indicatore quanto mai sensibile delle condizioni di mercato e delle aspettative future. E dunque, sembra che il mercato scommetta se non sulla ripresa, almeno sul ristabilimento di una certa regolarità del business. A favore di questo clima di fiducia parlano anche le cifre di un sondaggio condotto in contemporanea alla manifestazione. Il 42% degli espositori intervistati ha assegnato all’attuale situazione economica del settore una valutazione da ottima a buona (nel 2008 furono il 33%), mentre l’80% (contro il 56%) ha indicato lo stesso giudizio per lo sviluppo futuro del mercato. Per i visitatori queste percentuali salgono rispettivamente del 51% (contro il 45% del 2008) e del 74% (62%). Klaus Dittrich, presidente della direzione generale di Messe München, ha così commentato: “Siamo estremamente contenti dell’eccellente andamento di Inhorgenta Europe 2010 che ha superato persino le nostre aspettative”. Il che è tutto dire.
Ancora cifre del 2009 (siamo in piena stagione di bilanci). Adesso tocca al World Gold Council (nella foto, Aram Shishmanian, l’amministratore delegato) che attraverso il suo “Gold Demand Trends” pubblicato mercoledì scorso informa che nel 2009 la domanda globale di oro è diminuita dell’11% (3.385,8 tonnellate contro le 3.805,7 del 2008). In valore però 2008 e 2009 si assomigliano (da 105,87 miliardi di dollari a 105,58 del 2009) visto che la quotazione del metallo si è apprezzata lo scorso anno del 12%. Secondo il WGC il calo della domanda di oro da parte dell’industria orafa è del 20% con segni di recupero nel quarto trimestre: il calo è stato infatti solo dell’8%, il più basso decremento dall’autunno 2008. Ci si sta abituando ai prezzi alti, è l’opinione dei vertici del WGC. India e Cina (e chi altri sennò?) guidano il recupero con aumenti rispettivamente del 27 e del 2% nell’ultimo trimestre. E la Cina, oltretutto, è stato l’unico mercato al mondo ad aumentare la domanda di metallo nel 2009 (+6%).
E’ Andrea Morante (nella foto), ex banchiere d’affari già ai vertici di Credit Suisse First Boston, il nuovo amministratore delegato di Pomellato. Interessante l’intervista pubblicata oggi su Il Sole 24 Ore con un’acuta analisi del mercato: “Con la crisi è cambiata la propensione all’acquisto di gioielli. Nei mercati più maturi il consumatore tenderà sempre di più a rimandare gli acquisti più importanti e appariscenti, lasciandosi guidare da maggior senso di responsabilità e sobrietà. Sarà meno impulsivo e meno condizionato da pagine di pubblicità in cui l’erotismo si confonde con il prodotto, sarà più attento alla coerenza e al Dna del marchio che acquista. Pretenderà un rapporto più razionale fra prezzo e contenuto (”value for money”). Dal punto di vista geografico, a spingere i consumi sarà soprattutto la Cina, insieme agli altri mercati emergenti (Brasile, India, Russia), mentre Usa e Giappone continueranno a essere mercati depressi e in Europa regnerà l’incertezza”.
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