Appena siglata la joint venture di distribuzione negli Emirati con Damas Jewellery, delizia e poi croce e del made in Italy orafo, che con probabilità sarà operativa nel secondo trimestre 2012, Tiffany & Co. guarda al futuro, e ancora più a Est. Il quotidiano indiano Economic Times ha infatti scritto ieri che Tiffany sta trattando con Reena Wadhwa, già attrice e riconvertitasi in imprenditrice del settore dei beni di lusso (e già partner di Gucci), il suo ingresso nel mercato dell’India. “Il brand americano – scrive l’Economic Times – vuole correre ai ripari visti i cali di fatturato negli ultimi mesi del 2012 negli Usa e in Europa e ha perciò valutato l’India come una opportunità di lungo termine, puntando ad aggiudicarsi una fetta sostanziosa di un mercato del lusso che oggi vale 5,8 miliardi di dollari, la cui crescita fino al 2015 viene stimata in un 20% annuo per un valore di 14,7 miliardi”.
Colazione da Tiffany resta il caso più famoso. La pellicola che consegnò al mito planetario il nome del gioielliere americano (e il tubino nero di Givenchy) fu in realtà il frutto dell’arte dello scrittore Truman Capote e non un’operazione pianificata di comunicazione. Oggi invece l’inserimento di prodotti e marchi nei film è un’attività abituale che occupa tutte le case di produzione, collaudatissima negli Usa, praticamente al decollo in Italia, da quando cioè una legge del 2004 permette il cosiddetto product placement: casi recenti “Benvenuti al Sud” e il sequel “Benvenuti al Nord” con le Poste Italiane. Di product placement come forma alternativa di promozione dalle grandi potenzialità si è parlato a VICENZAORO Winter in un incontro promosso da Federorafi e Anica, che è l’associazione delle case produttrici dell’audiovisivo. Il ministero per lo sviluppo economico ha infatti attivato uno sportello che facilita l’incontro tra cinema e le aziende rendendo “strutturale” il rapporto, specie per i gioielli che invece spesso vengono scelti dai costumisti in base ai loro gusti (com’è successo a Faraone Mennella nella serie Tv “Sex and the City”). Senza considerare il vantaggio economico che una tale operazione ha per le aziende anche di piccola dimensione: l’investimento parte dai 15 mila euro ed esiste anche la formula del tax credit che permette uno “sconto” del 40% rimborsato dallo Stato. Visto che l’intero settore orafo è alla costante e affannosa ricerca di occasioni di visibilità anche di carattere “istituzionale” perché non prendere in considerazione questa opportunità?
Iscrivendoci tra coloro che (forse ingenuamente) credono che le barriere – almeno nel commercio – siano destinate ad essere abbattute pur se molto lentamente, la notizia della settimana scorsa dell’immediata introduzione in India del dazio del 2% sull’importazione sui diamanti tagliati e dello stesso 2% in luogo di una cifra forfettaria su oro e argento ci ha sorpresi molto. Già di complicatissima penetrazione anche per motivi culturali, il mercato indiano si allontana ancora un po’.
Spostando lo sguardo più a Est, leggiamo sul Financial Times di oggi che Beny Steinmetz Group (nella foto, il celebre Steinmetz Pink di color rosa naturale) ha l’intenzione di quotare alla Borsa di Hong Kong Octea, la società che gestisce la miniera diamantifera Koidu nella Sierra Leone da cui ci si attende quest’anno una produzione di mezzo milione di carati. Scrive il FT: “Octea è un altro esempio di come i diamantaire vogliano capitalizzare sfruttando la crescente domanda di gemme dell’Asia in un contesto di scarsità di prodotto”. Qualche mese fa anche il londinese Graff aveva manifestato la stessa intenzione con l’obiettivo di raccogliere fondi per costruire un network distributivo nel continente asiatico.
Essenza e insieme “limite” della gioielleria (per via delle quotazioni impazzite, delle imposizioni tariffarie, della moda), l’oro resta al centro dei pensieri e nelle azioni degli orafi benché ci si ingegni a metterne in discussione la sua forza simbolica con succedanei, i cosiddetti materiali alternativi, deputati a riflettere la contemporaneità dell’ornamento (diciamo meglio: la sua accessibilità). Di oro, ovviamente, si è parlato molto a VICENZAORO Winter la settimana scorsa. In particolare, di esportazioni in Cina e di una nuova lega da 1 Kt di oro.
E’ noto che l’ingresso in Cina di gioielli in oro stranieri è reso proibitivo dal dazio (20%) e da altre tasse. In Fiera la società di Pechino Jingyi Gold Co., essendo l’unica autorizzata dal Governo, si è proposta come intermediario tra il mondo della produzione italiana e il mercato cinese. In pratica, Jingyi esporta in Italia oro fino cinese che sarà trasformato in catene e gioielli a loro volta esportati in Cina e su cui si pagherà dazio solo sulla manifattura. Oro cinese in conto lavorazione, insomma. Ovviamente, Jingyi Gold si occupa del metallo, il contatto e i rapporti con la clientela cinese sono affar dell’azienda italiana. C’è già qualcuno che lavora sfruttando questo canale e c’è chi invece ne diffida in base a esperienze dirette col mercato orientale. Come si dice: ai posteri… ma l’idea è che si tratti di un’altra, piccola apertura verso una maggior libertà commerciale.
Secondo l’autore, l’orafo vicentino Mario Garfarino, è un’innovazione che promette di “rivoluzionare gli standard produttivi”. 1Kt One Karat Gold è la lega di metalli brevettata che contiene un carato d’oro, ovvero una percentuale di 4,167, perfettamente ricuperabile. Presentata in anteprima mondiale a VICENZAORO Winter (nella foto Lapresse), 1Kt One Karat Gold ha buona resistenza all’ossidazione, all’inquinamento e alla traspirazione, brillantezza e facilità di lavorazione. Ha un peso inferiore di circa il 40% rispetto all’oro 18 Kt, una leggerezza che consente la produzione di gioielli con forme e volumi importanti con una lavorabilità - microfusione o lavorazione meccanica – superiore a leghe con più alto contenuto d’oro. Dati i tempi e la prepotenza della finanza, ci si accontenta del profumo…
Si celebra oggi il Capodanno cinese, si entra nell’anno del drago, evento già anticipato dalla copertina di Vioro Magazine con gli splendidi gioielli-scultura di Palmiero Jewellery Design in oro con pavé di diamanti fancy colour e zaffiri multicolore (nella foto). Secondo lo zodiaco cinese il drago simboleggia forza e buona sorte. Ad occhio e croce nel 2012 ne avremo tanto bisogno. Intanto è stato stimato dalle autorità che per la festività arriveranno a Hong Kong 7,3 milioni di turisti provenienti dalla Cina continentale. Il loro scopo è ben preciso: shopping. Anche perché a Hong Kong le tasse sul lusso non ci sono.
Nei giorni di VICENZAORO Winter è uscita sui quotidiani nazionali la lista dei redditi dichiarati dai soggetti che applicano gli studi di settore nel 2010. Ovviamente, tra le categorie comprese compare quella degli orafi (che mediamente denunciano al fisco circa 12 mila euro). Arriva oggi un comunicato da parte di Federorafi che per voce del suo presidente Licia Mattioli (nella foto) mette i puntini sulle i. “E’ necessario distinguere – recita il testo – tra il commercio al dettaglio e il comparto produttivo. Sul fronte della produzione le cifre sono lo specchio della crisi che ha colpito il settore dai primi anni 2000, acuitasi negli ultimi tempi. Dal 2005 al 2010 le quantità di oro lavorate dalle imprese Italiane sono scese del -58%. Nel 2001 trasformavamo in gioielli quasi 500 tonnellate di oro, nel 2010 116 tonnellate. E’ stata quindi inevitabile la contrazione della produzione, addetti e imprese. Molte aziende hanno avuto perdite e alcune sono state interessate anche a procedure concorsuali o di ristrutturazione debitoria; nello stesso periodo le ore autorizzate di cassa integrazione sono state nell’ordine di diversi milioni. Tutto questo in un contesto internazionale aggressivo, spesso sleale e iperprotetto da dazi e barriere non doganali nonché iperaiutato da incentivi e aiuti governativi, mentre in Italia da sette mesi non esiste più l’ICE, l’ente dedicato ad aiutare le imprese, soprattutto PMI, nell’internazionalizzazione, i costi di produzione e finanziari, per le difficoltà di accesso al credito, sono cresciuti esponenzialmente così come il prezzo delle nostre materie prime preziose che negli ultimi due anni è aumentato del +60% (oro), del +142% (argento) e del +41% (platino). Sempre in merito agli studi di settore, nel precisare che si applicano ad aziende di produzione che si trovano sotto i (5 milioni di euro di ricavi, occorre ricordare che per la tipicità del settore (in media 5 dipendenti per azienda) c’è anche una sostanziale sovrapposizione della figura dell’imprenditore con quella dell’amministratore, remunerato dall’impresa per la sua attività, il cui costo è quindi compreso tra quelli dichiarati. Per evitare un’indiscriminata, dannosa e generalizzata “caccia alle streghe” bisogna quindi leggere bene i numeri. L’evasione va combattuta e l’Agenzia delle Entrate ha i mezzi e le competenze per affrontarla all’interno però di un contesto di regole fiscali chiare, certe, non vessatorie e, soprattutto, armonizzate almeno a livello dei 27 Paesi dell’Unione Europea per non creare ulteriori discriminazioni per i gioielli made in Italy”.