2 settembre 2009

Gioielli d’Italia, l’Italia s’è desta

hurleyE’ stato un mese di agosto torrido, non solo per la temperatura. Torrido per le notizie giunte da Rosato e da MBFG, due tra le società protagoniste dell’operazione finanziaria più rilevante di sempre per il settore: la creazione di un gruppo di aziende orafe facenti capo ad una holding della moda. Rosato (nella foto, la testimonial Elizabeth Hurley), dopo esser tornata in possesso dei fondatori, si è rivolta al tribunale per chiedere il concordato preventivo, oberata da 80 milioni di euro di debito su un giro d’affari di circa 20 milioni di euro, cercando in questo modo di sanare i conti e continuare l’attività attraverso una newco. I debiti di MBFG arrivano addirittura a quasi mezzo miliardo di euro dopo una semestrale pessima che ha inoltre costretto la Borsa italiana a sospendere il titolo a tempo indeterminato. A tale proposito, proponiamo il commento sulla ritirata di MBFG dal settore orafo pubblicato sull’ultimo numero di Vioro Magazine attualmente in distribuzione.

Aut aut Si è destata da un sogno, l’Italia dei gioielli o almeno quella esigua parte dell’Italia gioielliera che (eccezionalmente) aveva negli anni recenti seguito i consigli degli economisti. “Aggregatevi e fate squadra. O rassegnatevi a perire”, questo era il consiglio. Facendo violenza alla propria natura (i gioiellieri nascono lupi solitari), alcuni imprenditori orafi si guardarono allora intorno e scoprirono quanto fosse scarso tra i colleghi il reciproco appetito. Nessuno aveva voglia dell’altro, nè fusioni nè inclusioni. Il comparto orafo italiano, in controtendenza dunque con il settore del lusso mondiale, mostrava un’anoressia invincibile.

Altri imprenditori del più vasto settore lusso si mostrarono però di diverso parere: “Il mercato della gioielleria a livello mondiale cresce a tassi importanti. – ebbe occasione di osservare Giovanni Burani di MBFG (Mariella Burani Fashion Group) consultando i dati del 2005 – Il nostro segmento di riferimento, il lusso accessibile, è solo marginalmente sfruttato nella gioielleria branded”.  Detto fatto, i Burani – che avevano già acquisito Facco Corporation – nel tardo 2006 provvidero ad arruolare Rosato e Valente (più tardi fu il turno di Calgaro) nella sub-holding Gioielli d’Italia, che rispondeva a MBFG. Un bel malloppo di marchi, un ricco e vario ventaglio di target, un portafoglio diversificato includente fashion di ogni tipo. Nei disegni, si prospettava un percorso vincente simile a quello che Burani aveva sperimentato con Antichi Pellettieri, il polo della pelletteria.

Impressione generale Pur se altri marchi orafi come Damiani o Morellato o Cielo Venezia raggruppavano a loro volta marchi, il dato principale restava che gli imprenditori dell’abbigliamento stavano assorbendo il gioiello, centralizzando funzioni manageriali e coordinamenti operativi. Era probabilmente un’impressione generale, dato che non risultano operazioni simili della stessa portata. Ma tanto è bastato per pensare che il gioiello stava perdendo la propria secolare specificità per diventare un elemento tra tanti nell’arte ma soprattutto nella pratica dell’abbigliarsi. Non un giudizio: un fatto, che nella vulgata si traduceva però in una resa. Addio autonomia.

“Siamo diversi” Ad inizio luglio 2009 un comunicato di MBFG ha informato che Burani ha ceduto il 51% di Calgaro a Calgaro medesimo, il quale dunque è tornato a possiedere il 100% di se stesso. Dal fondatore al fondatore passando per il fashion brand. Attenzione: identico ritorno c’era stato in maggio, perchè la quota di Rosato in Burani è tornata allo stesso Rosato. Del resto, a fine aprile Walter Burani, presidente del consiglio di amministrazione, aveva annunciato a fronte di una situazione economica non brillante per il gruppo: “stiamo implementando iniziative complementari di creazione del valore che comprendono l’ulteriore razionalizzazione del gruppo con opportuni disinvestimenti di attività non core e/o poco redditizie”. Mancano per adesso notizie di Facco (51% del capitale) e di Valente (60%), ma ci basterà citare a mo’ di commento un pensiero di Simona Rosato per stabilire una distanza concettuale che non si è saldata: “Con Burani ho compreso molte cose, ho ampliato la distribuzione nel Medio Oriente e in Russia, aperto boutique monomarca a Firenze, Milano e Roma… Ma la materia prima della gioielleria è costosa, implica l’investimento di un capitale non paragonabile a quello impiegato in altri settori e questo condiziona la maniera stessa di ragionare. Le dinamiche di mercato seguono vie diverse”. Eravamo nell’autunno 2008, la bufera finanziaria aveva appena cominciato a fischiare e qualcosa si stava muovendo nel non facile rapporto fashion/gioiello. La morale? Nessuna per ora, e poi in questo settore ci dichiariamo relativisti. Di stretta osservanza. Pur se rimane il fatto di un repentino rigetto difficile da ipotizzare, pareva quello un modo finalmente efficace ed efficiente, solido e organizzato, per dare al settore orafo una concreta opportunità futura: il gioiello percepito anche dall’esterno come creatore di valore e perciò ammesso nel gran mondo, rutilante e remunerativo, della moda. Trattato alla pari. Per adesso quella opportunità si è interrotta.

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