20 febbraio 2012

Iguana fa tic tac

mattia cieloTra le centinaia e centinaia di novità che tra poco più di due settimane si potranno vedere alla Fiera di Basilea, si segnala questa prima mondiale assoluta. Tra l’altro scelta appropriata, visto che nella città svizzera si celebra il tempo, quella del marchio Mattia Cielo che lancia la versione orologio (Swiss Made) del suo bracciale in oro “Iguana”, capolavoro di design all’avanguardia firmato da Massimiliano Bonoli, la cui comoda indossabilità è resa possibile da una sofisticata tecnologia a sospensione applicata ai moduli che lo compongono. Una metamorfosi nel segno di un design “dinamico” ponendosi l’obiettivo di sperimentare una nuova dimensione del gioiello esclusivo e contemporaneo nella coerenza di un progetto di ricerca e innovazione nei materiali, nelle lavorazioni e nella creatività.

17 febbraio 2012

Niente Pomellato per PPR

pinaultSul quotidiano La Repubblica di oggi è pubblicata un’intervista di Sara Bennewitz con François-Henry Pinault (nella foto), presidente e direttore generale di PPR, la conglomerata del lusso francese dentro il cui portafoglio c’è tanta Italia con Gucci, Bottega Veneta, Brioni e che ha chiuso il 2011 con un fatturato di 12,2 miliardi di euro (+11%) e ricavi a 986 milioni. Pinault dice cose interessanti sull’Italia e sul settore del gioiello, tipo: “…ci piacerebbe potenziare la divisione orologi e gioielli”, e ancora: “...non siamo in trattativa con Pomellato e inoltre non è nemmeno in vendita” ed infine “…siamo interessati ad aziende di medie dimensioni in modo da massimizzare la creazione di valore … come abbiamo fatto con Bottega Veneta”.

8 febbraio 2012

What crisis?

nick hayekCi si chiede, certo con ingenuità, in che mondo vivano certe aziende. Se non operino in realtà in una dimensione parallela rispetto a quello in cui combatte con impegno il resto del settore, che insomma non condividano lo stesso mercato, che non servano gli stessi consumatori. E’ vero, e lo si sa bene, che il processo di segmentazione è ora particolarmente netto, dove il lusso risulta pressoché intoccato da pesanti congiunture; ma se lo strepitoso bilancio 2011 di LVMH è strettamente connesso al lusso, che dire di quello del gruppo Swatch (nella foto, il CEO, Nick Hayek) pubblicato ieri? Swatch si occupa di orologi con un ventaglio di marchi indirizzati verso tutti i segmenti, dalla plastica di Swatch al platino di Blancpain. Nel 2011 il fatturato di Swatch Group ha superato per la prima volta nella sua storia il tetto dei 7 miliardi di franchi svizzeri (7,14 miliardi, +10,9%, 8,6 miliardi di euro) con utili pari a 1,28 miliardi di franchi (oltre 1,5 miliardi di euro), in aumento del 18,1%. E come LVMH anche Swatch intende superarsi nel 2012 benché il limite da oltrepassare sia sempre più su. Ma dove vogliono arrivare?

Non pone certo limiti alla provvidenza la Fondazione Altagamma che ieri ha presentato le previsioni sull’andamento delle vendite di prodotti di fascia alta. Diciamo, pur con una certa cautela, viene ipotizzata una nuova crescita dopo le vendite record del 2011. Cresceranno i tre principali macromercati del mondo: Americhe, Europa con la Germania in testa, Asia, anche se occorrerà valutare, come ha spiegato il segretario di Altagamma, Armando Branchini, quale influenza avranno le turbolenze finanziarie. “L’impatto sui consumi - fino ad ora più psicologico che reale – è atteso maggiore in Europa Occidentale, più lieve in Nord America, irrilevante in America Latina ed in Asia”, ha detto Branchini.

E allora, considerando le previsioni di Altagamma e tornando ai mondi paralleli del business, crediamo che le parole dette ieri da Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo, in occasione della presentazione del rapporto sull’economia dei distretti industriali italiani, siano perfette per sintetizzare l’attualità e il futuro prossimo: “Nei prossimi anni ci troveremo di fronte ad un contesto molto selettivo con probabile chiusura delle imprese in precario equilibrio economico e bassi margini… si confermerà un andamento a due velocità tra le imprese che vanno molto bene e quelle che andranno sempre più in difficoltà”.

6 febbraio 2012

Miliardi à go go

bernard arnaultProbabilmente li avrete già letti: 23,7 miliardi di euro di ricavi (+16%) con profitti che superano per la prima volta i 5 miliardi (5,3 per un +22%). Sono i numeri spettacolari del bilancio 2011 di LVMH (nella foto, il presidente Bernard Arnault). In particolare, la divisione gioielli e orologi ha raddoppiato i ricavi a 1,95 miliardi di euro, in gran parte ciò è dovuto all’integrazione di Bulgari. Fantastica macchina da soldi, il colosso francese del lusso vive in un mondo tutto suo, libero dalle ambasce che affliggono i più. E Arnault promette che l’intenzione è fare meglio quest’anno grazie alla robusta strategia di lungo termine. Stando alle preoccupate previsioni, alle minacce di recessione in Europa, ai rischi per niente scongiurati di default sovrani e altri focolai di pericolo economico e politico, c’è da chiedersi: ce la farà?

25 gennaio 2012

Va’ dove ti porta il business. A Oriente

tiffanyAppena siglata la joint venture di distribuzione negli Emirati con Damas Jewellery, delizia e poi croce e del made in Italy orafo, che con probabilità sarà operativa nel secondo trimestre 2012, Tiffany & Co. guarda al futuro, e ancora più a Est. Il quotidiano indiano Economic Times ha infatti scritto ieri che Tiffany sta trattando con Reena Wadhwa, già attrice e riconvertitasi in imprenditrice del settore dei beni di lusso (e già partner di Gucci), il suo ingresso nel mercato dell’India. “Il brand americano – scrive l’Economic Times – vuole correre ai ripari visti i cali di fatturato negli ultimi mesi del 2012 negli Usa e in Europa e ha perciò valutato l’India come una opportunità di lungo termine, puntando ad aggiudicarsi una fetta sostanziosa di un mercato del lusso che oggi vale 5,8 miliardi di dollari, la cui crescita fino al 2015 viene stimata in un 20% annuo per un valore di 14,7 miliardi”.

Tag:brand, mercato
11 gennaio 2012

Vendite, affanni e svalutazioni

tiffanyTra l’entusiasmo più o meno generalizzato nel mercato degli Usa dopo le vendite natalizie, si alza una voce dissonante quanto autorevole. Tiffany & Co. ha infatti annunciato che nel bimestre novembre-dicembre le vendite sono aumentate in valore del 7%. Ma la performance – come ha spiegato il presidente e Ad Michael Kowalski - è stata possibile grazie agli aumenti a doppia cifra registrati nel Far East asiatico e nel Giappone, mentre sono stati ben più limitati in America (le vendite nel flagship store sulla Quinta Strada di New York sono addirittura diminuite dell’1%) e in Europa. “Dopo tre trimestri sopra le aspettative, la frenata in Occidente è stata brusca“, ha spiegato il manager. Nel 2011 Tiffany è passato da 232 negozi monomarca a 246 (102 in America, 57 in Asia, 55 in Giappone, 32 in Europa).

Insomma, il mondo è sufficientemente grande per garantire la redditività al marchio. E’ in fondo lo stesso concetto che abbiamo espresso ultimamente, considerato quanto sia determinante l’export per le aziende italiane in presenza di un mercato domestico che attraversa una fase molto critica. Certo, fino all’avvento dell’euro le aziende esportatrici potevano giovarsi delle svalutazioni, meccanismo mai troppo rimpianto. Per i nostalgici, tuttavia, può essere di conforto leggere un articolo pubblicato ieri dal sito lavoce.info, firmato dall’economista Francesco Daveri dal titolo “L’aritmetica dell’ottimismo”, nel quale si teorizza, sulla base dell’esperienza del 1993, che un deprezzamento del 25% dell’euro (già oggi deprezzato a 1,26 e rotti sul dollaro) porterebbe una crescita delle esportazioni del 2,5% ed una crescita del Pil dello 0,6%. Chi volesse approfondire clicchi qui.

Tag:brand, export
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