26 maggio 2011

Appunti da VICENZAORO Charm/2

duepuntiCon spazi tematici come l’Inspirational Gallery o l’Officina Creativa o con il talk show inaugurale “Chi ha paura…?”, VICENZAORO Charm ha probabilmente esacerbato i termini della lotta ormai titanica tra alto e basso, tra lusso e accessibilità, tra “vero” e “falso”, tra il concetto di prezzo e quello di valore, anche tra chi insiste nel mantenere tutto in Italia e chi invece non vede alternative nel servirsi di manifatture a basso costo provenienti da altri continenti. E’ chiaro, non se ne esce, ognuno ha le sue buone ragioni per prendere una direzione o il suo contrario. Il Grande Timoniere Mao Tse-Tung sentenziò confucianamente: “grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è ottima”. Più che ottimo, pare invece che oggi lo sgretolarsi accelerato dell’idea che il gioiello debba essere fatto in materiali preziosi abbia motivazioni economiche prima che concettuali, che prevalga la necessità sul pensiero. Altri tempi (appena un decennio fa) quando il connubio plastica + diamanti appariva un vezzo snob. E allora, parafrasando: “grande è l’ibridazione sotto il cielo“. Ma c’è tuttavia chi riesce a trovare in questo contesto occasione per spensierati divertissement, come nel caso della novità presentata a Vicenza da Blue White Group. La società milanese ha creato il marchio Due Punti, colorata deviazione alla sua produzione di alta gioielleria. Si tratta di un anello in silicone su cui è incastonato un brillante da due punti. E l’idea ha incontrato l’incondizionato entusiasmo di un illustre diamantaire, dichiaratosi prontissimo a coglierne le potenzialità commerciali.

18 maggio 2011

Colpevole retail

nardelliQuando si dice parlar chiaro. Bruno Nardelli, amministratore delegato della Nardelli Luxury (nella foto è al centro col fratello Domenico e Marco Marchi, patron di Liu-Jo, a sinistra), nella recente lectio magistralis tenuta al MOBEL, Master in marketing moda e beni di lusso organizzato a Roma dalla MC&P School of Economic Science, non ha usato perifrasi o eufemismi nel descrivere il suo punto di vista sul mercato. Insomma, è andato giù piatto, amplificando un’opinione molto diffusa tra i brand e nel comparto della produzione. “Le gioiellerie rischiano di far morire il settore – ha detto Nardelli – perché stanno attraversando una forte crisi d’identità e perciò non innovano e non ascoltano le richieste del mercato”. Per questa polemica e pubblica dichiarazione non si escludono malumori da parte del mondo del retail. E nuovi rinfacciamenti di arretratezza che complicheranno ulteriormente il rapporto tra le due principali entità della filiera.

13 maggio 2011

Design e paure

gijsbakker“Bisogna accettare il confronto ovunque se vogliamo aprire il banco della nostra merce all’estero. Il coraggio dimostrato dagli orafi negli anni ruggenti, deve rinascere. Sotto forma di  cambiamento, inventiva, coraggio di allearsi”. Nella bella e ultima intervista a Vioro Magazine (era il settembre 2004), Andrea Turcato, allora segretario uscente della Fiera di Vicenza, evocava un coraggio imprenditoriale che progressivamente si è dissolto al punto che oggi la Fiera sente addirittura il bisogno di dare a VICENZAORO Charm, che si apre sabato prossimo, il significativo e provocante titolo-guida Chi ha paura…?. L’epicentro del concetto si trova però fuori del quartiere – evento sul genere “fuori salone” – nella mostra omonima, allestita nella magnifica Piazza dei Signori di fronte alla Basilica Palladiana, che presenta la rivoluzione del gioiello in termini di forme e materiali, operata dalla famosa collezione “Chi ha paura…?” raccolta dal designer olandese Gijs Bakker (nella foto).

La mostra suggerisce insomma che nessuno dovrebbe aver paura delle innovazioni. Ma forse le novità impauriscono perché “talvolta si riscontra una certa resistenza di fronte a gioielli in cui la preziosità non è più affidata a materiali tradizionalmente alti come oro, argento o platino ma ad un preciso progetto“, scrive nella presentazione Alba Cappellieri, curatrice della mostra, ribadendo con tenacità il suo cavallo di battaglia teorico che i gioiellieri “veri” rifiutano con sdegno. Al netto delle polemiche e delle resistenze resta la curiosità nel vedere l’opera innovatrice di Bakker e di altri nomi e ingegni presenti nella mostra vicentina/palladiana (tra i molti, Ron Arad, i fratelli Campana, Marc Newson) compiuta attraverso l’uso di materiali inusuali e sorprendenti, mai banali. Sia i materiali che il modo di comporli rompono con una certa pigra ripetitività che minacciava di congelare l’idea stessa di gioiello entro schemi troppo definiti. Un tris di container piazzati di fronte al capolavoro palladiano indica inoltre che ogni buon futuro si collega ad un buon passato. Aspettatevi di tutto, dal perspex al tattoo. E poi ognuno sarà libero di pensarla a modo suo.

4 maggio 2011

Un italiano per Rolex, una donna per Federorafi

mariniUn piccolo “giro di poltrone” si è verificato in questi primissimi giorni di maggio. Piccolo, ma altamente significativo. Il primo riguarda Gian Riccardo Marini (nella foto), già amministratore e direttore generale di Rolex Italia e riconosciuto protagonista dell’enorme successo planetario che Rolex ha riscosso negli ultimi decenni, adesso nominato nuovo Chief Executive Officer della maison ginevrina: un italiano, insomma, alla guida di uno dei simboli massimi del lusso, il più celebre, il più desiderato e potente marchio dell’orologeria mondiale. Il cui nome, per interderci, è sufficiente in tutto il mondo per definire il prodotto.

Il secondo “giro” ha forse una valenza in più, perché dopo 65 anni alla presidenza di Confindustria Federorafi siede ora una donna e per di più giovane: per un settore pesantemente al maschile come quello orafo un’autentica rivoluzione. E’ infatti Licia Mattioli, quarantenne, amministratore delegato dell’azienda Antica Ditta Marchisio di Torino, a succedere ad Antonio Zucchi, eletta ieri a Milano all’unanimità dall’assemblea degli industriali del settore. Numerosi e impergnativi i temi che Licia Mattioli si è incaricata di affrontare: dalla necessità di ottenere dal Parlamento l’approvazione in tempi rapidi della nuova legge sui “titoli e marchi”, da molti mesi “dormiente” al Senato all’abbattimento dei dazi doganali e delle barriere non tariffarie, dalla definitiva approvazione del Regolamento Ue sull’etichettatura obbligatoria per i prodotti Extra-Ue (il cosiddetto “Made in”) al potenziamento delle azioni di contrasto ai fenomeni della copiatura e della contraffazione.

Ad entrambi i migliori auguri.

31 gennaio 2011

VICENZAORO. Alcuni appunti/la “bussola”

inauguraAncora qualche appunto su VICENZAORO First prima di archiviare l’argomento. Chiudiamo allora con l’evento inaugurale della manifestazione. Tavola rotonda promossa da Vioro Magazine con taglio del nastro finale (nella foto LaPresse, Ding Wei, ambasciatore cinese in Italia, e Roberto Ditri, presidente della Fiera). L’incontro, preceduto dalla visione del video in 3D Jewellery and the city (lo si può guardare nella home page di questo sito), bel montaggio tra lavorazioni orafe, gioielli indossati e scorci suggestivi della città di Vicenza nella meraviglia della tridimensionalità, ha avuto come ospiti Armando Branchini, segretario generale della Fondazione Altagamma, Matteo Marzotto, presidente dell’ENIT e imprenditore, Andrea Morante, amministratore delegato di Pomellato, e Mehul Choksi, presidente del gruppo indiano Gitanjali, ai quali è stata rivolta la domanda: Il gioiello italiano ha bisogno di una nuova “bussola”: dove puntarla?. Domanda opportuna, considerato il fatto che il settore appare quantomai disorientato.

Vivace il dibattito, stimolante negli argomenti toccati nei vari interventi, teso più ad individuare i vizi del comparto che a indicare immediate soluzioni. Tutti si son comunque detti d’accordo che esistono potenzialità per uno sviluppo futuro. Le potenzialità stanno ad esempio nella previsione di Armando Branchini di un raddoppio dei consumi dei beni di lusso da oggi al 2020 grazie ai consumatori di quei Paesi in tumultuosa crescita, soprattutto asiatici. Occorre, tuttavia, un cambio di passo, ha notato Matteo Marzotto, una discontinuità della visione commerciale che continua a mantenere gli Usa come mercato di riferimento. Anche Andrea Morante ha indicato la necessità di un cambio di passo, perché “sin qui gli italiani sono stati bravi a esportare, ma non a conquistare i mercati”. Ma per conquistare occorrono dimensioni produttive e di fatturato che in molti non si possono permettere: uno sfrenato individualismo ha impedito in Italia uno sviluppo industriale (di sistema) del settore. E le aggregazioni, ha laconicamente chiosato Morante “restano un affare complicato”.

Le debolezze strutturali e la mancanza di una chiara e forte identità, simile allo Swiss made degli orologi, non intaccano però il fascino del made in Italy. Se n’è fatto testimonial Mehul Choksi presidente di Gitanjali, la cui società sta acquistando aziende italiane, secondo cui “l’Italia si pone all’avanguardia nell’innovazione stilistica” e questa qualità continua a far breccia nei cuori e nelle preferenze dei consumatori. Si rende allora necessario un riposizionamento, consiglia Branchini, che non cambi la faccia al settore, ma che sappia valorizzare competenze e prodotti ha specificato Marzotto. Senza tralasciare un asset importante come la comunicazione, ha ricordato Choksi, verso target di consumo specifici: per esempio, lo scarso ricorso ai social network su internet simboleggia il ritardo del settore nei confronti del mercato più giovane. Serve un approccio diverso nella cultura d’impresa. Occorrerà, per esempio, come ha affermato Armando Branchini, tener conto dell’evoluzione dei consumatori e non più osservare solo le mosse della concorrenza.

Oriente e internet, dunque: ecco due direzioni su cui puntare con convinzione la bussola.

28 gennaio 2011

VICENZAORO. Altri appunti/l’artigianato

pozzebonE’ di qualche giorno fa la notizia che la griffe Bottega Veneta (gruppo Gucci) si affida alla laboriosità di una cooperativa veneta tutta al femminile per la produzione delle sue celebrate pelletterie. Un progetto innovativo e ambizioso che ha lo scopo di creare posti di lavoro in una zona dove la disoccupazione picchia duro. Un modo per affermare l’italianità delle produzioni con un sottofondo etico.

Il caso Bottega Veneta può in qualche modo ricordare il progetto Gioielli (in cerca) d’autore lanciato dalla categoria metalli preziosi della Confartigianato di Vicenza a VICENZAORO First. Il presidente, Franco Pozzebon (nella foto), ha spiegato che lo scopo di tale progetto (in collaborazione con la Scuola Italiana di Design) “è far acquisire alle piccole imprese orafe un metodo per tradurre idee in prodotti innovativi in termini di tendenze e mercato”. Innovare, quindi, anche per mantenere salde sia la leadership qualitativa sia le produzioni a Vicenza, distretto che deve fare i conti con il low cost. Il progetto degli artigiani vicentini non nasconde inoltre una bella ambizione, contenuta nella sua formula: alle 10 aziende partecipanti (Tre Esse, Fratelli Bovo, Veneroso, La Terza Dimensione, Orozen, Superficiquattro, Al-ba, Costa P. & Figli, Cavaliere, Criso Italia) si affiancano altrettanti designer o studi di design, con una particolarità comune, tutti sono digiuni di oreficeria. Menti fresche, al di fuori del circuito, nuova linfa per un settore alla ricerca di nuove prospettive future. Il risultato di quella che è stata definita una sfida si vedrà a maggio, in occasione di VICENZAORO Charm.

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