31 gennaio 2011

VICENZAORO. Alcuni appunti/la “bussola”

inauguraAncora qualche appunto su VICENZAORO First prima di archiviare l’argomento. Chiudiamo allora con l’evento inaugurale della manifestazione. Tavola rotonda promossa da Vioro Magazine con taglio del nastro finale (nella foto LaPresse, Ding Wei, ambasciatore cinese in Italia, e Roberto Ditri, presidente della Fiera). L’incontro, preceduto dalla visione del video in 3D Jewellery and the city (lo si può guardare nella home page di questo sito), bel montaggio tra lavorazioni orafe, gioielli indossati e scorci suggestivi della città di Vicenza nella meraviglia della tridimensionalità, ha avuto come ospiti Armando Branchini, segretario generale della Fondazione Altagamma, Matteo Marzotto, presidente dell’ENIT e imprenditore, Andrea Morante, amministratore delegato di Pomellato, e Mehul Choksi, presidente del gruppo indiano Gitanjali, ai quali è stata rivolta la domanda: Il gioiello italiano ha bisogno di una nuova “bussola”: dove puntarla?. Domanda opportuna, considerato il fatto che il settore appare quantomai disorientato.

Vivace il dibattito, stimolante negli argomenti toccati nei vari interventi, teso più ad individuare i vizi del comparto che a indicare immediate soluzioni. Tutti si son comunque detti d’accordo che esistono potenzialità per uno sviluppo futuro. Le potenzialità stanno ad esempio nella previsione di Armando Branchini di un raddoppio dei consumi dei beni di lusso da oggi al 2020 grazie ai consumatori di quei Paesi in tumultuosa crescita, soprattutto asiatici. Occorre, tuttavia, un cambio di passo, ha notato Matteo Marzotto, una discontinuità della visione commerciale che continua a mantenere gli Usa come mercato di riferimento. Anche Andrea Morante ha indicato la necessità di un cambio di passo, perché “sin qui gli italiani sono stati bravi a esportare, ma non a conquistare i mercati”. Ma per conquistare occorrono dimensioni produttive e di fatturato che in molti non si possono permettere: uno sfrenato individualismo ha impedito in Italia uno sviluppo industriale (di sistema) del settore. E le aggregazioni, ha laconicamente chiosato Morante “restano un affare complicato”.

Le debolezze strutturali e la mancanza di una chiara e forte identità, simile allo Swiss made degli orologi, non intaccano però il fascino del made in Italy. Se n’è fatto testimonial Mehul Choksi presidente di Gitanjali, la cui società sta acquistando aziende italiane, secondo cui “l’Italia si pone all’avanguardia nell’innovazione stilistica” e questa qualità continua a far breccia nei cuori e nelle preferenze dei consumatori. Si rende allora necessario un riposizionamento, consiglia Branchini, che non cambi la faccia al settore, ma che sappia valorizzare competenze e prodotti ha specificato Marzotto. Senza tralasciare un asset importante come la comunicazione, ha ricordato Choksi, verso target di consumo specifici: per esempio, lo scarso ricorso ai social network su internet simboleggia il ritardo del settore nei confronti del mercato più giovane. Serve un approccio diverso nella cultura d’impresa. Occorrerà, per esempio, come ha affermato Armando Branchini, tener conto dell’evoluzione dei consumatori e non più osservare solo le mosse della concorrenza.

Oriente e internet, dunque: ecco due direzioni su cui puntare con convinzione la bussola.

28 gennaio 2011

VICENZAORO. Altri appunti/l’artigianato

pozzebonE’ di qualche giorno fa la notizia che la griffe Bottega Veneta (gruppo Gucci) si affida alla laboriosità di una cooperativa veneta tutta al femminile per la produzione delle sue celebrate pelletterie. Un progetto innovativo e ambizioso che ha lo scopo di creare posti di lavoro in una zona dove la disoccupazione picchia duro. Un modo per affermare l’italianità delle produzioni con un sottofondo etico.

Il caso Bottega Veneta può in qualche modo ricordare il progetto Gioielli (in cerca) d’autore lanciato dalla categoria metalli preziosi della Confartigianato di Vicenza a VICENZAORO First. Il presidente, Franco Pozzebon (nella foto), ha spiegato che lo scopo di tale progetto (in collaborazione con la Scuola Italiana di Design) “è far acquisire alle piccole imprese orafe un metodo per tradurre idee in prodotti innovativi in termini di tendenze e mercato”. Innovare, quindi, anche per mantenere salde sia la leadership qualitativa sia le produzioni a Vicenza, distretto che deve fare i conti con il low cost. Il progetto degli artigiani vicentini non nasconde inoltre una bella ambizione, contenuta nella sua formula: alle 10 aziende partecipanti (Tre Esse, Fratelli Bovo, Veneroso, La Terza Dimensione, Orozen, Superficiquattro, Al-ba, Costa P. & Figli, Cavaliere, Criso Italia) si affiancano altrettanti designer o studi di design, con una particolarità comune, tutti sono digiuni di oreficeria. Menti fresche, al di fuori del circuito, nuova linfa per un settore alla ricerca di nuove prospettive future. Il risultato di quella che è stata definita una sfida si vedrà a maggio, in occasione di VICENZAORO Charm.

28 dicembre 2010

Salvare la pelle

pelli arzignanoIstruttivo l’articolo pubblicato oggi dal Corriere della Sera a firma di Dario Di Vico sul distretto conciario di Arzignano (in provincia di Vicenza). Dati per spacciati sotto l’incalzare della concorrenza cinese e senza l’ausilio di marchi, gli imprenditori veneti della pelle, grandi e piccoli, hanno invece trovato la soluzione il modo di rilanciare la loro leadership mondiale. Come? Nell’innalzamento della qualità del prodotto, nello stringere ancor più forte il legame con la grandi griffe della moda, nell’efficacia della logistica e nell’organizzazione delle consegne veloci e personalizzate, nella costituzione di reti aziendali (il fatidico “fare sistema”). Tutte tematiche ben presenti nel settore del gioiello, ma per adesso a livello teorico che pratico. Eppure Arzignano non è così lontano da Vicenza.

16 novembre 2010

Gitanjali ad un passo da DIT Group e Gioielli d’Italia

choksiNell’intervista fatta in questi giorni e che sarà pubblicata su Vioro Magazine di gennaio, Mehul Choksi, presidente di Gitanjali (nella foto), conferma l’intenzione della società indiana di fare shopping in Italia, acquisendo il controllo di DIT Group e di quel che resta di Gioielli d’Italia, la holding creata a suo tempo dal gruppo Mariella Burani. Choksi non ufficializza ancora, insomma (”stiamo tentando l’acquisto”, è la risposta testuale), ma il tenore delle altre risposte  fa pensare che la conclusione dell’operazione sia ad un passo.

20 ottobre 2010

L’ascesa del bijoux

A3554CProbabilmente, a dispetto della crisi la voglia degli italiani di adornarsi con gioielli resta. Quel cambia è la natura dei gioielli. Un quadro della mutazione delle preferenze dei consumatori emerge ora da una elaborazione della Camera di commercio di Milano sui dati del registro delle imprese 2009 e 2010. I numeri dicono infatti che nel giro di un anno le imprese orafe sono diminuite del 3%, mentre quelle dedite alla produzione di bijoux sono aumentate del 5%. In totale, sono 13 mila le aziende nel settore preziosi e bigiotteria in Italia, queste ultime hanno raggiunto la quota di 2700 (nella foto, un anello di Alcozer & J). Tra le province, nel settore dei preziosi la capitale si conferma Arezzo (1312 imprese), seguita da Alessandria (971), Vicenza (751), Roma (650), Napoli (596) e Milano (500). Per quanto riguarda la bigiotteria, la prima è Roma (551), seguita da Milano (264), Firenze (149), Venezia (113), Napoli e Torino (90).

27 settembre 2010

La moda dei cambiamenti

marchiIn pieno svolgimento a Milano la settimana della moda: passerelle, vip, buyer, party, tendenze e business. Torna però in mente il breve colloquio avuto a VICENZAORO Choice con Marco Marchi, amministratore delegato di Liu-Jo (più o meno 200 milioni di euro di fatturato), da un po’ presenza fissa in Fiera per “accompagnare” una delle poche liaison riuscite tra moda e gioiello, il marchio Liu-Jo Luxury in licenza a Nardelli Gioielli (nella foto LaPresse, Marchi, al centro, è con Domenico Nardelli e Barbara D’Urso che indosserà l’orologio Liu-Jo in Tv). Marchi ha una visione fresca e controcorrente della cose, ad esempio: sfilate no (”uno spreco da mezzo milioni di euro”), Facebook sì (Liu-Jo ha 70 mila “amici” registrati). Insomma, tutta l’attenzione e le risorse economiche vanno rivolte verso il consumatore, basta con riti che sono sostanzialmente autoreferenziali. Questa freschezza, e i risultati economici di questa realtà a metà strada tra fast fashion e moda pronta di lusso, ha finalmente convinto la Camera Nazionale della Moda Italiana ad accogliere Liu-Jo tra i suoi iscritti dopo anni di indifferenza snob. Il fatto è che Marchi la mette giù dura: “se alla Camera non si vorranno capire i cambiamenti del mercato, noi possiamo fare a meno di loro”. Che c’entra questo con la gioielleria? E’ la visione che c’entra, la capacità di vedere le cose in modo diverso e innescare i mutamenti. Cosa di cui ce n’è bisogno come l’aria.

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