Nei giorni di VICENZAORO Winter è uscita sui quotidiani nazionali la lista dei redditi dichiarati dai soggetti che applicano gli studi di settore nel 2010. Ovviamente, tra le categorie comprese compare quella degli orafi (che mediamente denunciano al fisco circa 12 mila euro). Arriva oggi un comunicato da parte di Federorafi che per voce del suo presidente Licia Mattioli (nella foto) mette i puntini sulle i. “E’ necessario distinguere – recita il testo – tra il commercio al dettaglio e il comparto produttivo. Sul fronte della produzione le cifre sono lo specchio della crisi che ha colpito il settore dai primi anni 2000, acuitasi negli ultimi tempi. Dal 2005 al 2010 le quantità di oro lavorate dalle imprese Italiane sono scese del -58%. Nel 2001 trasformavamo in gioielli quasi 500 tonnellate di oro, nel 2010 116 tonnellate. E’ stata quindi inevitabile la contrazione della produzione, addetti e imprese. Molte aziende hanno avuto perdite e alcune sono state interessate anche a procedure concorsuali o di ristrutturazione debitoria; nello stesso periodo le ore autorizzate di cassa integrazione sono state nell’ordine di diversi milioni. Tutto questo in un contesto internazionale aggressivo, spesso sleale e iperprotetto da dazi e barriere non doganali nonché iperaiutato da incentivi e aiuti governativi, mentre in Italia da sette mesi non esiste più l’ICE, l’ente dedicato ad aiutare le imprese, soprattutto PMI, nell’internazionalizzazione, i costi di produzione e finanziari, per le difficoltà di accesso al credito, sono cresciuti esponenzialmente così come il prezzo delle nostre materie prime preziose che negli ultimi due anni è aumentato del +60% (oro), del +142% (argento) e del +41% (platino). Sempre in merito agli studi di settore, nel precisare che si applicano ad aziende di produzione che si trovano sotto i (5 milioni di euro di ricavi, occorre ricordare che per la tipicità del settore (in media 5 dipendenti per azienda) c’è anche una sostanziale sovrapposizione della figura dell’imprenditore con quella dell’amministratore, remunerato dall’impresa per la sua attività, il cui costo è quindi compreso tra quelli dichiarati. Per evitare un’indiscriminata, dannosa e generalizzata “caccia alle streghe” bisogna quindi leggere bene i numeri. L’evasione va combattuta e l’Agenzia delle Entrate ha i mezzi e le competenze per affrontarla all’interno però di un contesto di regole fiscali chiare, certe, non vessatorie e, soprattutto, armonizzate almeno a livello dei 27 Paesi dell’Unione Europea per non creare ulteriori discriminazioni per i gioielli made in Italy”.
Era famoso quel carosello – quindi parecchie ere geologiche fa – intitolato “Gli incontentabili”: una famiglia di consumatori a cui non andava mai bene niente, eccetto, naturalmente, la marca di elettrodomestici reclamizzata. Ritorna in mente quella pubblicità antica leggendo il comunicato relativo all’incontro tra il settore orafo e il Governo rappresentato dal Sottosegretario Gianni Letta. “Soddisfatti, anche se…“. Già, si voleva il tutto e subito, o perlomeno qualcosa, ed invece si è ancora nella fase dei “semplici impegni”: i tempi della politica e dell’impresa non coincidono mai. Eppure va annotato un deciso cambio di marcia nei rapporti tra imprenditoria orafa e politica, non fosse altro per il diretto interessamento da parte di una figura di spicco dell’Esecutivo, Gianni Letta appunto (”apprezzato regista”), e per la sua capacità di mantenere la parola data. Alla fine del primo incontro conoscitivo a palazzo Chigi del luglio scorso ci si era dati appuntamento dopo 90 giorni, e 90 giorni son stati; serviti a raccogliere e fornire informazioni, anche a riattivare l’interesse delle istituzioni verso un comparto, quello orafo, trascurato anche per una sua tenace vocazione al riserbo (definitivamente accantonata?). Nell’incontro della settimana scorsa si è parlato dello scibile orafo – dazi doganali, costituzione del fondo nazionale di garanzia, defiscalizzazione delle attività di ricerca e sviluppo, sorveglianza in materia di frode, concorrenza sleale, promozione all’estero, attività educativa, tracciabilità dei pagamenti, accelerazione dell’approvazione delle normative di settore in materia di marchi e titoli e di gemmologia. Volendo, la politica qualcosa per accogliere le richieste lo trova di certo. Staremo a vedere, ma i presupposti sembrano migliorati. Va inoltre annotato che, per dirla con le parole di Licia Mattioli, presidente di Federorafi (con lei all’incontro Giuseppe Aquilino, presidente Federdettaglianti, Maurizio Colombo, presidente Unionorafi-Confapi, Luciano Bigazzi, Confartigianato Orafi, e un esponente di C.N.A. in sostituzione del presidente degli orafi, Aurelio Franchi) “se il settore non avesse scelto la strada dell’unione incontri del genere non sarebbero stati possibili e il comparto orafo italiano probabilmente si sarebbe negato occasioni di trovare importanti sponde politiche e tecniche per cercare di risolvere i suoi tanti problemi”. Ci voleva una donna a farlo?
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Uscita dall’incertezza di crisi e mercati. Uscita da inattualità e ostilità di molte norme. Uscita dal nanismo: Licia Mattioli, da maggio presidente di Federorafi delinea gli obiettivi ritenuti importanti non solo per l’industria ma per l’intero mondo orafo italiano. Legge sui titoli e sui marchi. Lotta ai dazi doganali, alle barriere non tariffarie e alla contraffazione con obbligo di etichettatura. Il tutto sostenuto da un programma di “incentivazione, innovazione e promozione del gioiello italiano”. Un lavoro duro. Ecco perché tocca a una donna.
Alé, girls Licia Mattioli, prima donna presidente in Federorafi, ricorda Jill Abramson, nominata a maggio prima donna direttore del New York Times. Jill ha detto: “tocca sempre a noi ragazze risolvere i guai creati dai ragazzi”. La Mattioli ride nel suo modo franco. “Già, oggi il lavoro è più duro e tocca mediare con tutti su tutto. Non è un caso che compiti di responsabilità un tempo prettamente maschili vengano adesso affidati alle donne. E’ una fase di transizione, andiamo verso il nuovo, occorre decisione ed equilibrio”.
Lupi solitari Insomma diciamolo: le donne hanno la sensibilità di far bilanciare interessi discordi perchè sanno rinunciare sapendo prendere. Mediano. “Storicamente le categorie orafe hanno agito come lupi solitari, ora premono nuovi spazi, nuove opportunità, nuovi mercati e i nuovi rapporti internazionali esigono comportamenti diversamente virtuosi. Partendo da un concetto molto basic: superare il nanismo delle imprese e raggiungere la maturità necessaria per operare finalmente con target comuni”. (leggi tutto)
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Federorafi Confindustria comunica oggi che entro giugno avrà un nuovo presidente. Intanto Antonio Zucchi (nella foto) “non è più candidabile avendo completato il doppio mandato”. E così il consiglio direttivo ha nominato una commissione formata da Giuseppe Corrado di Vicenza, Luciano Mattioli di Torino e Maria Teresa Neri di Arezzo incaricata nell’individuare i candidati alla presidenza di Federorafi per il triennio 2011-2013 e raccogliere le indicazioni delle imprese in merito all’azione futura.
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Il Responsible Jewellery Council (RJC) annuncia che da oggi Confindustria Federorafi, la federazione nazionale dei produttori orafi e argentieri (nella foto il presidente, Antonio Zucchi), è diventata un suo membro. Dopo la Jewelers of America, l’American Gem Society, la National Association of Goldsmiths, la British Jewellers Association, il World Gold Council, la Union Française BJOP e la Danish Jewellers Association, anche un’associazione italiana entra quindi a far parte di RJC, l’organizzazione no-profit che, attraverso il suo sistema di certificazione, si propone di diventare uno standard riconosciuto a livello internazionale. Michael Rae, amministratore delegato di RJC, non nasconde la soddisfazione: “con i suoi 800 produttori associati, Confindustria Federorafi rappresenta una grande chance per diffondere il nostro messaggio in un paese chiave come l’Italia, considerato che la produzione italiana vale il 70% del totale europeo”. Infatti, pur se l’ingresso in RJC delle associazioni di categoria è di carattere istituzionale e non vale per le singole aziende che aderiscono alle associazioni stesse, la loro affiliazione rappresenta un importante acceleratore di autorevolezza e di notorietà per il Responsible Jewellery Council.
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Venerdì 9 ottobre Antonio Zucchi, presidente di Confindustria Federorafi, ha incontrato il vice ministro dello sviluppo economico Adolfo Urso (nella foto) per illustrare un pacchetto di interventi per la tutela e per il rilancio del settore orafo italiano. Le proposte presentate sono finalizzate a sostenere la competitività delle aziende colpite da una crisi senza precedenti e riguardano due grandi aree: l’accesso ai mercati terzi e la salvaguardia del made in Italy.
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