E’ notizia di oggi che l’architetto inglese David Chipperfield, autore delle boutique e dello show room milanese (nella foto) di Pasquale Bruni è stato nominato nuovo direttore della Biennale architettura di Venezia (prossima edizione dal 29 agosto al 25 novembre 2012). Con lo stesso Chipperfield Pasquale Bruni ha inaugurato il 12 dicembre scorso la sua boutique di Roma in piazza San Lorenzo in Lucina, nel cuore dello shopping di lusso della capitale, ospitato all’interno di palazzo Fiano-Almagià, la cui origine risale alla metà del 1200.
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Apre oggi pomeriggio alle 18 e dura fino al 23 ottobre prossimo, al Museo della Specola di Firenze, l’edizione 2011 di Preziosa, ormai progetto espositivo consolidato nel tempo, dedicato alla gioielleria di ricerca contemporanea ideato da Giò Carbone e organizzato da “Le Arti Orafe”, scuola per l’oreficeria fondata da Carbone stesso nel 1985. Focus di questo prestigioso appuntamento internazionale è la personale “Monologo. Parellel worlds” di Mari Ishikawa, artista e designer giapponese, il cui lavoro si concentra essenzialmente sulla poetica osservazione del mondo naturale (nella foto, una spilla in oro della serie ‘In the Shadow of a Tree’). Altro motivo di interesse della mostra fiorentina è la collettiva Preziosa Young che presenta le opere di otto giovano artisti che fanno della ricerca lo strumento di espressione della loro arte orafa. Considerato il fervente dibattito sul significato di contemporaneo applicato al gioiello, una visita a Firenze può forse rivelarsi illuminante.
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E poi uno dice tendenze e trova fiori, ovunque fiori, fortissimamente fiori. E nemmeno la celebrata, visionaria, anticonformista, coraggiosa, favolosa Victoire de Castellane, designer della gioielleria Dior, si sottrae al genere. Anzi, probabilmente, è tra i suoi più convinti fautori. E rilancia adesso con la nuova collezione presentata due giorni fa a Parigi alla galleria Gagosian, portando all’eccesso i suoi sfrenati virtuosismi floreali. Non per caso la collezione si chiama Fleurs d’excès, linea di pezzi unici, stordenti per dimensioni e per le combinazioni lisergiche di colori (nella foto, ‘Amanita Satana Diabolus’), riservati al canale di vendita delle gallerie d’arte. L’insegnamento che ricaviamo da ciò è in fondo lo stesso che impartisce la moda sulle passerelle e in vetrina a proposito di tendenze vere o presunte: non importa più cosa si fa, perché non ci si stanca più di rifare il passato, ma è come lo si fa a fare la differenza.
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Avvisaglie del futuro prossimo venturo per il settore dei beni di lusso. Tipo: la Cina è destinata a restare la fabbrica low cost del mondo e mercato da invadere con prodotti di eccellenza? Mica tanto, fa sapere il quotidiano francese Le Monde che, ripreso anche dal sito seidimoda.repubblica.it, ha esaminato le ambizioni di marchi made in China come Shanghai Tang (gruppo Richemont), Shang Xia (abiti e arredamento, finanziato da Hermès), il brand di gioielleria Qeelin con creatività cinese e manager francese (nella foto, il direttore creativo Dennis Chan). Insomma, un’avanguardia – per adesso sostenuta da soldi e capacità occidentali – di quel che probabilmente sarà la Cina domani: anche epicentro della nuova creatività del lusso. A sostenere questo indirizzo ecco la dichiarazione di Yi Gang, numero due della Banca di Cina, secondo cui nei prossimi anni “la Cina rafforzerà la domanda interna”, favorendo un sistema paese pressoché autosufficiente, lusso compreso. C’è però un fattore da non sottovalutare, dicono i più attenti osservatori: paradossalmente, la domanda di brand cinesi è oggi forte soprattutto per quei marchi impostisi anche all’estero, nelle grandi piazze della moda. La tendenza è confermata anche dal libro-inchiesta da poco pubblicato “Time to change”, dedicato all’orologeria alto di gamma, scritto da Luana Carcano (Sda Bocconi) e Carlo Ceppi (Fondation Haute Horlogerie), secondo cui i consumatori asiatici prima di spendere i loro soldi vogliono la garanzia del forte radicamento del marchio scelto sui mercato occidentali. Una specie di patente di prestigio. Assisteremo dunque ad un’invasione cinese alla ricerca di notorietà ed autorevolezza da spendere nel mercato domestico?
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“Non ho mai inseguito le mode: è il gioiello stesso che deve “fare moda”, mediando tra idea e materia”, dice Fulvio Maria Scavia. Il designer-gioielliere milanese, erede di una tradizione che risale al 1923, è uno dei nomi nuovi che compongono la selezionatissima lista di espositori di VICENZAORO About J 2010, che apre il prossimo 21 maggio a villa La Rotonda del Palladio. Col suo stile secco e deciso, Scavia ha costruito la sua fama grazie al ricco uso di colori e alle raffinatissime dicromie prodotte dal contrasto del platino e dell’oro bianco con l’onice nera, secondo geometrie purissime accese dall’elegante intervento dei diamanti più rari. “Il mio stile è costantemente rivolto a un continuo rinnovamento artistico del gioiello”. Un’innovazione condotta a partire da una storica tradizione, esteticamente all’avanguardia, per tracciare oggi quello che è il futuro di un’arte antica e così tipicamente italiana. Una ricerca sperimentale che alla staticità delle realizzazioni più consuete privilegia strutture nuove e mai osate prima. Il cuore autentico di Scavia vive all’interno del suo atelier milanese dove, affiancato dal suo team di orafi, concepisce e realizza autentici capolavori destinati a vincere il tempo. Oltre alle boutique di Milano, Scavia vanta storici punti vendita a Bangkok e a Tokyo, e rappresentanze commerciali a New York, a Hong Kong, a Singapore, in Malesia e in Russia.
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Mentre Basilea scalda i motori, ancora una suggestione (anzi, due) dalle sfilate milanesi del prêt-à-porter autunno/inverno prossimo venturo. Siccome alla moda vengono riconosciute capacità divinatorie, pare interessante il fatto che le gambe (scoperte) siano state uno degli argomenti forti delle presentazioni. Fra tutti, Armani e Dolce & Gabbana (nella foto), loro poi in un finale trionfale con 70 modelle senza gonne. Ora, se resta valido il cosiddetto “indice della minigonna” secondo cui più la gonna si accorcia e più l’economia tira, gli stilisti scommettono sulla ripresa. O si tratta di una lettura d’auspicio? E poi l’artigianato. Gli stessi Dolce & Gabbana hanno accompagnato il loro défilé con un video dove si vedono loro stessi impegnati nella creazione dei modelli attorniati da sarte e modellisti: un modo incisivo per esaltare sartorialità, creatività, manualità. Commossa, la platea ha applaudito il doppio spettacolo. Tra l’altro, sull’eccellenza dell’artigianato si sono già soffermati attraverso pagine pubblicitarie sia Louis Vuitton che Gucci. I big hanno capito l’aria che tira e che cosa realmente cerca il consumatore nei suoi acquisti. Allora, visto che la gioielleria viene fatta con gli stessi ingredienti, perché non comunicare ai buyer di tutto il mondo, distratti dalle scorciatoie del low cost (e anche ai consumatori), l’italico ingegno? Perché non riaffermare con messaggi espliciti che il gioiello autentico, di gran qualità, altro non è che quella cosa là?