Niente oro né argento, diamanti né mercato. Occupiamoci qui di un argentiere e orafo toscano e della sua curiosità intellettuale. E’ successo qualche tempo fa che Giovanni Raspini ha fortuitamente trovato da un rigattiere (”mi sono emozionato come un bambino”) le foto di scena scattate nel 1959 dal francese Paul Ronald sul set del film Rocco e i suoi fratelli, capolavoro di Luchino Visconti con Alain Delon, Annie Girardot e Claudia Cardinale, potente e drammatico affresco dell’immigrazione meridionale nel nord Italia negli anni del boom. Le foto sono visibili fino al 22 maggio prossimo nella boutique milanese di Giovanni Raspini in corso Garibaldi: “le ho acquistate immediatamente – ha detto Raspini – e subito ho pensato che erano così belle che andavano fatte assolutamente vedere a tutti”.
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Narra la leggenda che il nome Sorrento derivi dalle sirene, mitologiche creature, metà donne e metà pesce, che ammaliavano i naviganti con la dolcezza del canto, aggirandosi tra gli isolotti dei Galli e le sponde della Costiera, proprio di fronte alla città campana. Ed è proprio una sirena il gioiello che rappresenta la città di Sorrento: pendente in oro, diamanti e zaffiri realizzato da Nardelli Gioielli su disegno di Carmen De Bernardo, la giovane designer diplomata alla scuola di design del Tarì e vincitrice del concorso “Un Gioiello per Sorrento” Premio Cristina Poli, ‘Sirenity’ è stato ufficialmente presentato domenica scorsa e sarà oggetto di un “tour” estivo molto chic, ospitato nelle vetrine dei più esclusivi alberghi della Terra delle Sirene.
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Si tiene la settimana prossima il salone del mobile di Milano, una delle fiere più interessanti al mondo in termini di creatività e di innovazione, epicentro dell’eccellenza italiana, che compie giusti 50 anni. L’evento concentra ovviamente l’attenzione dei media. In un articolo apparso ieri su La Repubblica che ne ricorda la genesi è citato Gio Ponti, architetto e designer tra i più geniali e celebrati d’Italia (nella foto), in una sua affermazione datata 1958. La trascriviamo volentieri e, fatti gli opportuni aggiustamenti con il presente orafo, ognuno la interpreti secondo la propria sensibilità: “si dovrebbe realizzare con gli architetti una produzione moderna, originale, perché è col mobile moderno che gli scandinavi ci battono con tanto onore, e questo deve aprire gli occhi a quella produzione che tira avanti con mobili falso antichi, o falso moderni”.
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Un breve riassunto di notizie arrivate dal mercato americano la settimana scorsa. Il Responsible Jewellery Council ha annunciato che Fred Meyer Jewelers con Littman Jewelers, la terza catena retail degli Stati Uniti con quasi 400 punti vendita dislocati in 35 stati, ha ottenuto la certificazione RJC relativa al rispetto degli standard etici, dei diritti umani e del rispetto dell’ambiente. Si tratta della sesta certificazione di RJC e la prima che riguarda la distribuzione negli Stati Uniti.
Ancora dagli Usa, National Jeweler ha rivelato che De Beers ha già selezionato i diamantaire (Crossworks, Dali-Alink, Diarough, Eurostar, Julius Klein, Leo Schachter, Pluczenik, Premier Gem, Rosy Blue, Trau e Venus Jewel) e sta selezionando i punti vendita in vista del lancio del marchio Forevermark (il diamante griffato e numerato con una tecnica segreta e brevettata, presente in Asia sin dal 2008) previsto per il quarto trimestre di quest’anno.
Riconoscimento americano, infine, per Andrea Cagnetti in arte Akelo, un cui gioiello è entrato a far parte della collezione permanente del Newark Museum di New York. L’opera scelta, del 1996, si chiama Hoedus II: un pendente in oro a forma di croce a otto bracci e doppio anello di sospensione realizzato con tecnica mista (filigrana, lamina, granulazione, smalto cloisonné). Akelo è noto per le doti tecniche e artistiche, capace di rielaborare e sperimentare il patrimonio di conoscenze delle culture antiche. Le sue opere sono state esposte in parecchie mostre di tutto il mondo. Attualmente si possono ammirare negli Usa a Carlsbad in California in una mostra personale al museo del Gemological Institute of America.
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E’ di qualche giorno fa la notizia che la griffe Bottega Veneta (gruppo Gucci) si affida alla laboriosità di una cooperativa veneta tutta al femminile per la produzione delle sue celebrate pelletterie. Un progetto innovativo e ambizioso che ha lo scopo di creare posti di lavoro in una zona dove la disoccupazione picchia duro. Un modo per affermare l’italianità delle produzioni con un sottofondo etico.
Il caso Bottega Veneta può in qualche modo ricordare il progetto Gioielli (in cerca) d’autore lanciato dalla categoria metalli preziosi della Confartigianato di Vicenza a VICENZAORO First. Il presidente, Franco Pozzebon (nella foto), ha spiegato che lo scopo di tale progetto (in collaborazione con la Scuola Italiana di Design) “è far acquisire alle piccole imprese orafe un metodo per tradurre idee in prodotti innovativi in termini di tendenze e mercato”. Innovare, quindi, anche per mantenere salde sia la leadership qualitativa sia le produzioni a Vicenza, distretto che deve fare i conti con il low cost. Il progetto degli artigiani vicentini non nasconde inoltre una bella ambizione, contenuta nella sua formula: alle 10 aziende partecipanti (Tre Esse, Fratelli Bovo, Veneroso, La Terza Dimensione, Orozen, Superficiquattro, Al-ba, Costa P. & Figli, Cavaliere, Criso Italia) si affiancano altrettanti designer o studi di design, con una particolarità comune, tutti sono digiuni di oreficeria. Menti fresche, al di fuori del circuito, nuova linfa per un settore alla ricerca di nuove prospettive future. Il risultato di quella che è stata definita una sfida si vedrà a maggio, in occasione di VICENZAORO Charm.
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Si inaugura stasera alla Triennale di Milano (dura fino al 9 febbraio prossimo) la mostra “Gioielli per Milano” con quaranta pezzi unici dedicati alla metropoli meneghina, realizzati da designer e produttori orafi lombardi (nella foto, gioiello di Mario Buccellati disegnato da Rossella Tornquist) che per la prima volta hanno lavorato insieme per dedicare un omaggio orafo al capoluogo. L’obiettivo, infatti, è “mettere insieme persone e idee, maestri del gioiello e giovani designer, imprenditori e artigiani, ricerca e business, tradizione e innovazione, territorio e globalità in quel clima di collaborazione capillare che è tipica del sistema produttivo lombardo. Anche per il gioiello il territorio lombardo presenta i caratteri di eccellenza, ma, contrariamente, a quanto avvenuto per la moda e il design, le forze non si sono mai coagulate né hanno mai avviato progetti condivisi e strategie comuni”, spiega la curatrice della mostra Alba Cappellieri, professore di design del gioiello al Politecnico di Milano. Alla luce di queste affermazioni “Gioielli per Milano” appare insomma molto più di una mostra, piuttosto l’embrione di un possibile, futuro sistema orafo “made in Lombardia”.