Iscrivendoci tra coloro che (forse ingenuamente) credono che le barriere – almeno nel commercio – siano destinate ad essere abbattute pur se molto lentamente, la notizia della settimana scorsa dell’immediata introduzione in India del dazio del 2% sull’importazione sui diamanti tagliati e dello stesso 2% in luogo di una cifra forfettaria su oro e argento ci ha sorpresi molto. Già di complicatissima penetrazione anche per motivi culturali, il mercato indiano si allontana ancora un po’.
Spostando lo sguardo più a Est, leggiamo sul Financial Times di oggi che Beny Steinmetz Group (nella foto, il celebre Steinmetz Pink di color rosa naturale) ha l’intenzione di quotare alla Borsa di Hong Kong Octea, la società che gestisce la miniera diamantifera Koidu nella Sierra Leone da cui ci si attende quest’anno una produzione di mezzo milione di carati. Scrive il FT: “Octea è un altro esempio di come i diamantaire vogliano capitalizzare sfruttando la crescente domanda di gemme dell’Asia in un contesto di scarsità di prodotto”. Qualche mese fa anche il londinese Graff aveva manifestato la stessa intenzione con l’obiettivo di raccogliere fondi per costruire un network distributivo nel continente asiatico.
Era famoso quel carosello – quindi parecchie ere geologiche fa – intitolato “Gli incontentabili”: una famiglia di consumatori a cui non andava mai bene niente, eccetto, naturalmente, la marca di elettrodomestici reclamizzata. Ritorna in mente quella pubblicità antica leggendo il comunicato relativo all’incontro tra il settore orafo e il Governo rappresentato dal Sottosegretario Gianni Letta. “Soddisfatti, anche se…“. Già, si voleva il tutto e subito, o perlomeno qualcosa, ed invece si è ancora nella fase dei “semplici impegni”: i tempi della politica e dell’impresa non coincidono mai. Eppure va annotato un deciso cambio di marcia nei rapporti tra imprenditoria orafa e politica, non fosse altro per il diretto interessamento da parte di una figura di spicco dell’Esecutivo, Gianni Letta appunto (”apprezzato regista”), e per la sua capacità di mantenere la parola data. Alla fine del primo incontro conoscitivo a palazzo Chigi del luglio scorso ci si era dati appuntamento dopo 90 giorni, e 90 giorni son stati; serviti a raccogliere e fornire informazioni, anche a riattivare l’interesse delle istituzioni verso un comparto, quello orafo, trascurato anche per una sua tenace vocazione al riserbo (definitivamente accantonata?). Nell’incontro della settimana scorsa si è parlato dello scibile orafo – dazi doganali, costituzione del fondo nazionale di garanzia, defiscalizzazione delle attività di ricerca e sviluppo, sorveglianza in materia di frode, concorrenza sleale, promozione all’estero, attività educativa, tracciabilità dei pagamenti, accelerazione dell’approvazione delle normative di settore in materia di marchi e titoli e di gemmologia. Volendo, la politica qualcosa per accogliere le richieste lo trova di certo. Staremo a vedere, ma i presupposti sembrano migliorati. Va inoltre annotato che, per dirla con le parole di Licia Mattioli, presidente di Federorafi (con lei all’incontro Giuseppe Aquilino, presidente Federdettaglianti, Maurizio Colombo, presidente Unionorafi-Confapi, Luciano Bigazzi, Confartigianato Orafi, e un esponente di C.N.A. in sostituzione del presidente degli orafi, Aurelio Franchi) “se il settore non avesse scelto la strada dell’unione incontri del genere non sarebbero stati possibili e il comparto orafo italiano probabilmente si sarebbe negato occasioni di trovare importanti sponde politiche e tecniche per cercare di risolvere i suoi tanti problemi”. Ci voleva una donna a farlo?
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Uscita dall’incertezza di crisi e mercati. Uscita da inattualità e ostilità di molte norme. Uscita dal nanismo: Licia Mattioli, da maggio presidente di Federorafi delinea gli obiettivi ritenuti importanti non solo per l’industria ma per l’intero mondo orafo italiano. Legge sui titoli e sui marchi. Lotta ai dazi doganali, alle barriere non tariffarie e alla contraffazione con obbligo di etichettatura. Il tutto sostenuto da un programma di “incentivazione, innovazione e promozione del gioiello italiano”. Un lavoro duro. Ecco perché tocca a una donna.
Alé, girls Licia Mattioli, prima donna presidente in Federorafi, ricorda Jill Abramson, nominata a maggio prima donna direttore del New York Times. Jill ha detto: “tocca sempre a noi ragazze risolvere i guai creati dai ragazzi”. La Mattioli ride nel suo modo franco. “Già, oggi il lavoro è più duro e tocca mediare con tutti su tutto. Non è un caso che compiti di responsabilità un tempo prettamente maschili vengano adesso affidati alle donne. E’ una fase di transizione, andiamo verso il nuovo, occorre decisione ed equilibrio”.
Lupi solitari Insomma diciamolo: le donne hanno la sensibilità di far bilanciare interessi discordi perchè sanno rinunciare sapendo prendere. Mediano. “Storicamente le categorie orafe hanno agito come lupi solitari, ora premono nuovi spazi, nuove opportunità, nuovi mercati e i nuovi rapporti internazionali esigono comportamenti diversamente virtuosi. Partendo da un concetto molto basic: superare il nanismo delle imprese e raggiungere la maturità necessaria per operare finalmente con target comuni”. (leggi tutto)
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Il 7 luglio scorso nell’incontro al Club degli Orafi Neal Meader del GFMS prevedeva per fine 2011 l’oro a 1600 dollari/oncia. Errore. Ha toccato ieri i 1681 dollari e punta decisamente quota 1700. L’ondata di panico diffusasi nelle borse nel torrido luglio si protrae in questo agosto: tutti in cerca di rifugio e all’oro non ci sono alternative, o forse sì, il franco svizzero per esempio, vicino ormai alla parità con l’euro.
Nonostante il progressivo rafforzamento della valuta, il gruppo Swatch ha però dichiarato una semestrale coi fiocchi: fatturato a 3,2 miliardi di franchi svizzeri (+11 % a cambi correnti). Da record anche l’utile netto (579 milioni, +24,5%). Intanto il totale dell’export svizzero di orologi è cresciuto del 19,3% rispetto al 2010 (8,7 miliardi di franchi).
In tema di semestrali, meraviglia la nuova performance di LVMH con fatturato a 10,3 miliardi di euro (+13% ) e utile netto a 1,31 miliardi. Grande contributo arriva dalla divisione orologi e gioielli, quella guidata dal 1 luglio scorso da Francesco Trapani, ex Ad di Bulgari: vendite +27%.
Mentre i colossi e i brand viaggiano a velocità siderali, l’Italia orafa si dibatte nelle difficoltà e continua la sua battaglia per eliminare, o perlomeno lenire, gli effetti nefasti dei dazi doganali e delle barriere non tariffarie non allineati e di quei controlli preventivi e anacronistici che limitano la libera circolazione dei prodotti all’interno dell’Unione Europea. Per non parlare inoltre di quella che viene ormai definita “emergenza credito”, deleteria conseguenza dell’inarrestabile aumento della quotazione dei metalli preziosi (e dei diamanti). L’elezione a nuovo presidente della Federorafi da parte di Licia Mattioli (nella foto) è stata effettivamente una scossa all’azione di lobby. Ed infatti, una nutrita delegazione di rappresentanti delle categorie orafe è stata finalmente ricevuta dai piani alti del Governo, presentando il 21 luglio scorso al sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta un dossier che descrive la struttura e le istanze del comparto con la proposta di costituire un tavolo interministeriale che metta a punto una concreta politica settoriale. Proposta accolta, da riverificare nella prima decade di settembre (stando almeno alle promesse fatte). Licia Mattioli, dal canto suo, ha commentato: “dobbiamo far quadrato e mettere in campo tutte le risorse che abbiamo”. Con Licia Mattioli è woman power.
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Da qualche giorno gira la notizia che riprende il quotidiano cinese 21th Century Business Herald secondo cui le autorità governative della Repubblica Popolare stanno pensando di dare una sforbiciata ai dazi doganali su alcuni beni di lusso: cosmetici di fascia alta, alcolici, orologi. Avendo imposte alte (50% i cosmetici, 30% gli orologi), chi se lo può permettere preferisce acquistarli all’estero, pagandoli meno. La misura si inserirebbe nel più ampio disegno di riequilibrare la formazione del Pil, incentivando i consumi interni e moderando la dipendenza dell’economia cinese alle esportazioni, ora in difficoltà a causa del rallentamento delle economie occidentali. La cattiva notizia è che i gioielli non sono nella lista dei ribassi, la buona è che probabilmente il muro delle protezioni commerciali palesi od occulte sta cedendo. Se la Cina intende affermare la sua leadership economica nel mondo e nel libero mercato, è presumibile che dovrà fare altre concessioni come le viene richiesto sempre più pressantemente. Questione di tempo, secondo un progressivo processo di allineamento. Ma se è vero che, sempre stando al quotidiano cinese, la misura è stata presa in seguito ad incontri riservati tra funzionari dei ministeri delle finanze e del commercio e rappresentanti dell’industria del lusso, perché non dedicare una motivata azione di lobby in favore del gioiello italiano? Sotto a chi tocca!
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Previsioni del lusso. C’era chi a suo tempo era portato a pensare che l’eccesso di offerta di gioielli dovuto alla perdita di quota di mercato negli Usa sarebbe stato compensato dalla domanda cinese. Adesso sembrerebbe che quella profezia si stia avverando. Infatti, secondo il settimanale inglese The Economist che cita nel numero ora in edicola l’indagine della società Crédit Lyonnais Securities Asia sui consumatori cinesi, nei prossimi cinque anni gli acquisti dei beni di lusso nella Repubblica Popolare sono destinati ad aumentare dell’11% annuo. Se questa crescita sarà confermata dai fatti entro il 2020 il mercato cinese avrà una quota totale del lusso mondiale pari al 44%. Praticamente un acquisto su due, se non è l’Eldorado questo… Oggi oltre la metà degli acquisti di lusso in Cina è rappresentato dal fashion e dalla gioielleria, la maggior parte di importazione. Ciò si spiega con la discesa sia pur moderata dei dazi di importazione e con la diffusione della contraffazione che “costringe” i consumatori a comperare direttamente all’estero i prodotti originali. Chissà se entro il 2020 le tariffe doganali saranno state portate ad un livello ancor più accettabile per chi esporta e chi compra…
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