C’è chi va e c’è chi viene. Francesco Minoli, fino all’ottobre scorso amministratore delegato di Pomellato, è entrato nel board del gruppo Damiani in veste di consigliere di amministrazione. Una curiosità: ricordiamo che Damiani possiede in portafoglio il 17% del capitale di Pomellato. Gareth Penny (nella foto), da cinque anni CEO di De Beers, lascerà l’incarico nel prossimo autunno. All’agenzia di informazioni Bloomberg Penny ha detto che questo era il momento giusto per lasciare dopo aver guidato la più grande compagnia mineraria al mondo nel settore dei diamanti durante la peggiore delle crisi mondiali. Nei primi sei mesi del 2010 De Beers ha realizzato vendite per 2,9 miliardi di dollari (+74% rispetto al 2009): è il “testamento” di Penny, ha commentato Nicky Oppenheimer, presidente del gruppo De Beers.
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Notizia suggestiva, forse destinata ad aprire nuovissimi e magari inquietanti scenari per il settore dei diamanti e della gioielleria, è quella pubblicata dal sito nationaljeweler.com che cita a sua volta la newsletter online “Gems and Gemology” del GIA. Ebbene, il Gemological Institute of America ha annunciato che il suo laboratorio di analisi di New York ha identificato per la prima volta un diamante di sintesi, prodotto con la tecnologia CVD (chemical vapor deposition), dal peso superiore al carato. A quanto si apprende dall’articolo firmato da Wuyi Wang e Kyaw Soe Moe, il diamante taglio a goccia da 1,05 carati (nella foto a sinistra di Jian Xin “Jae” Liao) è stato valutato di un colore equivalente al “G” della scala GIA, mentre le inclusioni e le fratture interne ne fanno una gemma con uno scarso grado di purezza, equivalente a “I1″. Logico che i continui miglioramenti tecnologici rendano possibile la produzione di queste pietre di laboratorio, hanno commentato gli esperti del GIA che però non hanno voluto rivelare l’origine di questo diamante.
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Che la terra non producesse più diamanti era un fatto noto: le condizioni geologiche in cui si formarono sono irripetibili. Adesso però arriva un nuovo allarme. A lanciarlo è De Beers, l’autorità del settore, secondo la quale i giacimenti diamantiferi stanno per esaurirsi. Questione di tempo, molto poco, e delle miniere resterà un gigantesco buco e la memoria di chi ci ha lavorato. Oggi il quotidiano La Repubblica riprende la notizia a tutta pagina, chiedendosi “non sarà una trovata per far lievitare il già altissimo valore della gemma?”. Ecco, appunto. Secondo Des Kilalea, analista finanziario specializzato in diamanti, le quotazioni dovrebbero infatti aumentare almeno del 5% e rimanere stabili per i prossimi cinque anni. E le parole di Gareth Penny, l’Ad di De Beers, sembrano quasi un mettere le mani avanti di fronti ai nuovi rincari: “i diamanti sono un bene naturale di grande valore e vanno perciò attentamente protetti, altrimenti tra poco non ce ne saranno più”. E’ vero che da vent’anni non vengono scoperti giacimenti enormi quanto quelli dell’Africa Australe, ma è altrettanto vero che sulla rarità è stato fondato il mito commerciale dei diamanti (fortemente alimentato da De Beers): per i più esperti e smaliziati degli operatori le parole di Penny suonano come un’implicita conferma di nuovi aumenti.
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Segnale di stile neanche tanto criptico dal red carpet hollywoodiano steso per la premiere mondiale di Iron Man 2 il 26 aprile scorso. Per l’occasione Scarlett Johansson (nella foto) ha scelto infatti l’essenzialità di un paio di orecchini firmati Harry Winston. Considerando l’alta visibilità dell’occasione, un look molto basic e low profile, neanche esagerato nei suoi 2 carati. E’ forse il nuovo minimal che avanza?
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Un segno inequivocabile che potere e ricchezza stanno emigrando con decisione verso Oriente è la recente vendita da parte di Petra Diamonds del gigantesco diamante grezzo ‘Cullinan Heritage’ (507,5 carati), la diciannovesima gemma della storia per dimensioni, scoperto in Sud Africa nel settembre 2009. L’acquirente, per 35 milioni e rotti di dollari (un prezzo mai pagato prima per un grezzo che ne riflette le eccezionali qualità in termini di colore e di purezza), è la Chow Tai Fook Jewellery Company Ltd di Hong Kong, uno dei big retailer del Far East. Fino a pochi anni fa la notizia era impensabile: i grandi e storici diamantaire occidentali non si sarebbero fatti sfuggire l’opportunità, erano loro gli incontestati dominus del mercato. La notizia è dunque d’effetto: oltre al tornaconto economico che una clientela sempre più miliardaria può garantirgli, Chow Tai Fook si è assicurata un ritorno mediatico planetario, stabilendo in qualche modo un nuovo ordine di grandezza. Ora, i nababbi disposti ad acquisti iperbolici vivono a Hong Kong, Shanghai, Pechino, a Macao. Una lezione per tutti: il vero business è laggiù.
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Fiere su invito, bel tema. Se a Vicenza si sta ripensando il futuro di About J (Venezia addio), ad Anversa si è chiusa ieri la prima edizione della Diamond Trade Fair, ospitata alla Borsa Diamanti e rivolta ad un numero selezionato di compratori, per lo più retailer europei su di tono. A quanto racconta il sito Rapaport News (clicca qui per leggere) tutti gli espositori si sono diachiarati soddisfatti dell’idea, dell’organizzazione, dell’atmosfera, dell’opportunità di allargare il proprio parco clienti. Quanto alle vendite, beh, quelle invece… L’articolo e gli intervistati fanno capire che le aspettative erano altre. Un ritornello che si sente ripetere almeno da quindici anni, fin dalla prima edizione di Couture a Scottsdale nel Nevada, formula ispiratrice di tutti i saloni esclusivi del pianeta.
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