Chi lascia e chi raddoppia
Giornata dei destini incrociati, ieri. I destini di due nomi altisonanti che hanno contribuito a scrivere la storia della gioielleria del ‘900: di rilancio per uno, di congedo per l’altro. Se, infatti, Fabergé presenta la sua prima campagna pubblicitaria internazionale da quando – nel 2007 – la proprietà del marchio, dopo decennali, tribolate dispute legali, è tornata agli eredi di Peter Carl Fabergé, gioielliere degli Zar Romanoff, autore delle mitiche uova-gioiello pasquali, la famiglia Oppenheimer ha accettato l’offerta di acquisto da parte della Anglo American della sua quota del 40% di De Beers per 5,1 miliardi di dollari cash (secondo l’operazione il valore totale di De Beers è perciò di 12,75 miliardi di dollari).
Con un’immagine dal forte piglio glam, ideata da un team di superstar della moda come il fotografo Mario Testino e l’ex direttore di Vogue France, Carine Roitfeld, in collaborazione con il direttore artistico Katharina Flohr, Fabergé pianifica a dicembre una campagna sui principali magazine patinati di Regno Unito, Francia, Germania, Svizzera, Stati Uniti. “E’ la rappresentazione della creatività contemporanea di Fabergé che cattura l’intensità emotiva e narrativa delle nuove collezioni presentate alla settimana della moda parigina nel luglio scorso”, spiega il press office di Fabergé. Una rinascita, quindi, organizzata con ammirevole tempismo per coglier tutte le opportunità di un mercato, quello del lusso, che a dispetto dei nuovi rovesci finanziari, non conosce battute d’arresto.
Solenne e difficile. In questo modo ha definito la decisione di cedere alla Anglo American – che già possedeva il 45% del capitale di De Beers – la quota detenuta dalla sua famiglia, Nicky Oppenheimer, presidente di De Beers Group (nella foto). Senz’altro, una decisione storica. “Abbiamo accettato l’offerta nell’interesse della famiglia e della compagnia. – ha detto Oppenheimer – Anglo American è la destinazione logica della nostra quota poichè si tratta dell’azionista di riferimento di De Beers sin dal 1926 e di conseguenza ha una profonda conoscenza del business dei diamanti”. E perciò, l’industria del diamante, già oggetto di radicali trasformazioni, non avrà più gli Oppenheimer tra i suoi punti di riferimento. Sembra inaudito, eppure è così. Quel nome potente, per lunghi decenni in grado di condizionare i destini di molti, cede la mano ad una società ancora più potente. Sic transit gloria adamantis.









