5 novembre 2011

Chi lascia e chi raddoppia

fabergéGiornata dei destini incrociati, ieri. I destini di due nomi altisonanti che hanno contribuito a scrivere la storia della gioielleria del ‘900: di rilancio per uno, di congedo per l’altro. Se, infatti, Fabergé presenta la sua prima campagna pubblicitaria internazionale da quando – nel 2007 – la proprietà del marchio, dopo decennali, tribolate dispute legali, è tornata agli eredi di Peter Carl Fabergé, gioielliere degli Zar Romanoff, autore delle mitiche uova-gioiello pasquali, la famiglia Oppenheimer ha accettato l’offerta di acquisto da parte della Anglo American della sua quota del 40% di De Beers per 5,1 miliardi di dollari cash (secondo l’operazione il valore totale di De Beers è perciò di 12,75 miliardi di dollari).

Con un’immagine dal forte piglio glam, ideata da un team di superstar della moda come il fotografo Mario Testino e l’ex direttore di Vogue France, Carine Roitfeld, in collaborazione con il direttore artistico Katharina Flohr, Fabergé pianifica a dicembre una campagna sui principali magazine patinati di Regno Unito, Francia, Germania, Svizzera, Stati Uniti. “E’ la rappresentazione della creatività contemporanea di Fabergé che cattura l’intensità emotiva e narrativa delle nuove collezioni presentate alla settimana della moda parigina nel luglio scorso”, spiega il press office di Fabergé. Una rinascita, quindi, organizzata con ammirevole tempismo per coglier tutte le opportunità di un mercato, quello del lusso, che a dispetto dei nuovi rovesci finanziari, non conosce battute d’arresto.

nicky oppenheimerSolenne e difficile. In questo modo ha definito la decisione di cedere alla Anglo American – che già possedeva il 45% del capitale di De Beers – la quota detenuta dalla sua famiglia, Nicky Oppenheimer, presidente di De Beers Group (nella foto). Senz’altro, una decisione storica. “Abbiamo accettato l’offerta nell’interesse della famiglia e della compagnia. – ha detto Oppenheimer – Anglo American è la destinazione logica della nostra quota poichè si tratta dell’azionista di riferimento di De Beers sin dal 1926 e di conseguenza ha una profonda conoscenza del business dei diamanti”. E perciò, l’industria del diamante, già oggetto di radicali trasformazioni, non avrà più gli Oppenheimer tra i suoi punti di riferimento. Sembra inaudito, eppure è così. Quel nome potente, per lunghi decenni in grado di condizionare i destini di molti, cede la mano ad una società ancora più potente. Sic transit gloria adamantis.

1 novembre 2011

C’è chi dice no (alle concentrazioni)

tilda swintonDopo l’acquisto di Bulgari da parte di LVMH circolava in primavera l’ipotesi che anche Pomellato sarebbe finito in Francia, in casa PPR. Effettivamente, la famiglia Damiani ha messo in vendita la sua quota del 18% di Pomellato per fare cassa e i contatti con PPR ci sono stati. Ma come raccontava ieri il supplemento Affari & Finanza de La Repubblica non se n’è fatto nulla, anche per la resistenza della proprietà del marchio milanese (la holding Ra.Mo, Rabolini e Morante) che non ha intenzione di dover fare i conti con un socio così ingombrante. Da parte loro i francesi vogliono operare da una posizione di maggioranza. E così la quota di Damiani resta in vendita (pare destinata a rimanere in Italia), e resta anche la ferma volontà di mantenere indipendenti Pomellato e DoDo dai grandi gruppi internazionali. Viva il made in Italy.

Tag:brand, finanza
5 agosto 2011

Oro, semestrali e lobby made in Italy: qualche appunto dal mese di luglio

liciamattioliIl 7 luglio scorso nell’incontro al Club degli Orafi Neal Meader del GFMS prevedeva per fine 2011 l’oro a 1600 dollari/oncia. Errore. Ha toccato ieri i 1681 dollari e punta decisamente quota 1700. L’ondata di panico diffusasi nelle borse nel torrido luglio si protrae in questo agosto: tutti in cerca di rifugio e all’oro non ci sono alternative, o forse sì, il franco svizzero per esempio, vicino ormai alla parità con l’euro.

Nonostante il progressivo rafforzamento della valuta, il gruppo Swatch ha però dichiarato una semestrale coi fiocchi: fatturato a 3,2 miliardi di franchi svizzeri (+11 % a cambi correnti). Da record anche l’utile netto (579 milioni, +24,5%). Intanto il totale dell’export svizzero di orologi è cresciuto del 19,3% rispetto al 2010 (8,7 miliardi di franchi).

In tema di semestrali, meraviglia la nuova performance di LVMH con fatturato a 10,3 miliardi di euro (+13% ) e utile netto a 1,31 miliardi. Grande contributo arriva dalla divisione orologi e gioielli, quella guidata dal 1 luglio scorso da Francesco Trapani, ex Ad di Bulgari: vendite +27%.

Mentre i colossi e i brand viaggiano a velocità siderali, l’Italia orafa si dibatte nelle difficoltà e continua la sua battaglia per eliminare, o perlomeno lenire, gli effetti nefasti dei dazi doganali e delle barriere non tariffarie non allineati e di quei controlli preventivi e anacronistici che limitano la libera circolazione dei prodotti all’interno dell’Unione Europea. Per non parlare inoltre di quella che viene ormai definita “emergenza credito”, deleteria conseguenza dell’inarrestabile aumento della quotazione dei metalli preziosi (e dei diamanti). L’elezione a nuovo presidente della Federorafi da parte di Licia Mattioli (nella foto) è stata effettivamente una scossa all’azione di lobby. Ed infatti, una nutrita delegazione di rappresentanti delle categorie orafe è stata finalmente ricevuta dai piani alti del Governo, presentando il 21 luglio scorso al sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta un dossier che descrive la struttura e le istanze del comparto con la proposta di costituire un tavolo interministeriale che metta a punto una concreta politica settoriale. Proposta accolta, da riverificare nella prima decade di settembre (stando almeno alle promesse fatte). Licia Mattioli, dal canto suo, ha commentato: “dobbiamo far quadrato e mettere in campo tutte le risorse che abbiamo”. Con Licia Mattioli è woman power.

11 maggio 2011

Pomellatò?

pomellatoE’ ormai più che una voce l’intenzione della famiglia Damiani di valutare offerte per il 18% di Pomellato in suo possesso, visto che ieri Guido Damiani, presidente e Ad del gruppo milanese, ha dichiarato alla Reuters: “la famiglia è contenta dell’investimento finanziario ma è stata sollecitata ad una eventuale cessione della quota perchè c’è molto interesse per i marchi indipendenti”. Pare che all’uscio, e siamo ancora a livello di rumors, ci sia PPR, ovvero la finanziaria della famiglia Pinault acerrima “nemica” di LVMH, fresca conquistatrice di Bulgari. Insomma, i francesi protagonisti del derby d’Italia (anche gioielliero) con buona pace di chi invoca la conservazione dell’italianità delle aziende. E si ricorda che dentro PPR si trova già Gucci con Bottega Veneta. Pomellato ha chiuso il bilancio 2010 con un fatturato che supera i 120 milioni di euro.

7 marzo 2011

Parigi val bene… il lusso (di vendere)

bulgariLunedì col botto. Alla fine, dopo un sacco di rumor circolati per anni, hanno ceduto: la maggioranza del capitale di Bulgari è passata sotto il controllo di Lvmh, lo ha comunicato stamattina presto la società francese. Paolo e Nicola Bulgari restano presidente e vice presidente del consiglio di amministrazione di Bulgari. L’amministratore delegato Francesco Trapani entrerà nel comitato esecutivo di Lvmh, assumendo, nel secondo semestre 2011, anche la direzione di tutte le attività orologeria e gioielleria della conglomerata francese, sempre più invincibile corazzata del lusso mondiale. C’è da chiedersi se il lusso italiano ha perso un campione o se il campione in questione ha trovato “gli elementi necessari a garantire il futuro a lungo termine”, come dicono Paolo e Nicola Bulgari.

Tag:brand, finanza
16 febbraio 2011

Lvmh sarà partner di Gitanjali?

arnaultoppOccupiamoci ancora di Gitanjali: ieri i lusinghieri risultati economici, ora una notizia della settimana scorsa bollata come rumor speculativo secondo il lancio fatto dall’agenzia Radiocor che cita una nota comunicata alla borsa di Mumbai. Leggendo tuttavia l’articolo del quotidiano indiano Economic Times la posizione della società indiana appare più sfumata e possibilista. Mehul Choksi, presidente di Gitanjali Gems, ha infatti detto che “alcuni global player e fondi di private equity hanno manifestato interesse. Comunque sia, nulla è stato ancora deciso in proposito”, confermando però la ricerca di un partner che garantisca un apporto concreto. Il fatto è che Gitanjali sta progettando uno spin-off, cioè la creazione di una nuova società dove collocare le sue attività di gioielleria e retail, dividendole da quelle relative ai diamanti. Di qui l’interessamento di Lvmh attraverso la sua società di investimenti L Capital per un investimento stimato in 100-120 milioni di dollari. L’operazione di L Capital si inserirebbe in un piano di penetrazione nei mercati asiatici iniziato nel 2009 con l’acquisizione di quote in società di distribuzione al dettaglio di gioielleria e orologeria di Hong Kong (Emperor Watch & Jewellery) e di Singapore (Sincere e Charles & Keith). Se anche questa operazione sarà confermata, il disegno dell’insaziabile gruppo francese è sempre più chiaro: il futuro si trova a Est, meglio giocare d’anticipo ed assicurarsi per tempo il controllo della distribuzione qualificata. (Nella foto, il gran capo di Lvmh Bernard Arnault, a sinistra, con Nicky Oppenheimer, presidente di De Beers, nel 2001 ai tempi della presentazione della joint venture gioielliera tra i due gruppi).

Tag:brand, finanza
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