26 maggio 2011

Appunti da VICENZAORO Charm/2

duepuntiCon spazi tematici come l’Inspirational Gallery o l’Officina Creativa o con il talk show inaugurale “Chi ha paura…?”, VICENZAORO Charm ha probabilmente esacerbato i termini della lotta ormai titanica tra alto e basso, tra lusso e accessibilità, tra “vero” e “falso”, tra il concetto di prezzo e quello di valore, anche tra chi insiste nel mantenere tutto in Italia e chi invece non vede alternative nel servirsi di manifatture a basso costo provenienti da altri continenti. E’ chiaro, non se ne esce, ognuno ha le sue buone ragioni per prendere una direzione o il suo contrario. Il Grande Timoniere Mao Tse-Tung sentenziò confucianamente: “grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è ottima”. Più che ottimo, pare invece che oggi lo sgretolarsi accelerato dell’idea che il gioiello debba essere fatto in materiali preziosi abbia motivazioni economiche prima che concettuali, che prevalga la necessità sul pensiero. Altri tempi (appena un decennio fa) quando il connubio plastica + diamanti appariva un vezzo snob. E allora, parafrasando: “grande è l’ibridazione sotto il cielo“. Ma c’è tuttavia chi riesce a trovare in questo contesto occasione per spensierati divertissement, come nel caso della novità presentata a Vicenza da Blue White Group. La società milanese ha creato il marchio Due Punti, colorata deviazione alla sua produzione di alta gioielleria. Si tratta di un anello in silicone su cui è incastonato un brillante da due punti. E l’idea ha incontrato l’incondizionato entusiasmo di un illustre diamantaire, dichiaratosi prontissimo a coglierne le potenzialità commerciali.

28 febbraio 2011

Caparbio nero

gruosiLa maison ginevrina de Grisogono festeggia quest’anno il 15esimo anniversario del lancio del diamante nero, innovazione che le diede la fama internazionale e che cambiò definitivamente il modo di guardare il diamante (si pensi ad esempio al successivo uso delle gemme “icy”, merito ancora di Fawaz Gruosi, fondatore di de Grisogono, nella foto). Per l’occasione il marchio lancia la continuazione della collezione “noire” con bracciali in galuchat nero o bianco e diamanti neri, un anello in oro rosa con diamante nero di più di 20 carati, mentre a Baselword 2011 spazio ad una nuova collezione di orologi eloquentemente denominata “Black For Ever”. Ricordando gli inizi di questa avventura di stile in un’intervista esclusiva di Vioro Magazine che sarà pubblicata nel prossimo numero di maggio, Gruosi afferma: “Praticamente, tutti mi consigliavano di lasciar perdere, a tutt’oggi mi rendo conto di aver fatto un’ottima scelta seguendo il mio istinto e il mio gusto personale e i risultati mi hanno dato ragione”.

9 febbraio 2011

Rebecca 2.0

rebeccappScarichi l’app gratuitamente sull’iPhone o l’iPad, sfogli il catalogo e scegli, ti scatti una foto e provi il gioiello scelto vedendo immediatamente l’effetto che fa. Lo stesso puoi fare naturalmente con una foto del fidanzato, della moglie, dell’amico e via elencando. E se vuoi addirittura conoscere i pareri della tua cerchia di amici basta condividere con loro la foto, pubblicandola su Facebook. Infine, se scatta l’impulso all’acquisto, cerchi il concessionario più vicino a te: grazie alla localizzazione GPS il telefonino o il tablet sanno dove ti trovi. Dal virtuale al reale: Rebecca, uno dei marchi italiani più forti nel bijoux fashion (23 milioni di euro di fatturato), ha colto al volo i passi da gigante che sta facendo la tecnologia mobile.

1 febbraio 2011

Adesso il Far East innova

aaronshumcoronetLa vitalità del Far East, ormai non più solo temibile competitor sulle quantità facendo leva sul basso prezzo, ma anche proiettato verso l’innovazione di prodotto. E’ ad esempio notizia recente che il brevetto internazionale Coronet Solitaire (una corona di sette brillanti montati senza griffe circondano un ottavo brillante posto al centro ottenendo l’effetto di un luminosissimo solitario, nella foto), di proprietà dell’azienda cinese Aaron Shum e diventato brand (è anche distribuito in Italia da Govoni) è stato premiato con l’Hong Kong Top Brands, promosso dall’Hong Kong Brand Development Council proprio al fine di incoraggiare le aziende locali a lavorare sulla qualità e perciò migliorare la percezione dell’immagine dell’industria della gioielleria made in Hong Kong (e Shenzhen).

Arriva oggi la notizia che il marchio Miiori New York, di proprietà di Jacob’s Jewelry, società armena con centro produttivo a Bangkok, presenterà alla prossima fiera di Basilea il nuovo brevetto studiato in modo che un pavé di pietre preziose cambi colore col movimento di chi lo indossa o di chi lo osserva. Non più statico, insomma, ma cangiante (dai 2 ai 3 colori). Si tratta di una innovazione nel metodo di incassatura e di posizionamento delle singole pietre che dà anche la possibilità di celare (e disvelare) un logo o le iniziali: perfetta per rispondere ai desideri di personalizzazione della clientela.

31 gennaio 2011

VICENZAORO. Alcuni appunti/la “bussola”

inauguraAncora qualche appunto su VICENZAORO First prima di archiviare l’argomento. Chiudiamo allora con l’evento inaugurale della manifestazione. Tavola rotonda promossa da Vioro Magazine con taglio del nastro finale (nella foto LaPresse, Ding Wei, ambasciatore cinese in Italia, e Roberto Ditri, presidente della Fiera). L’incontro, preceduto dalla visione del video in 3D Jewellery and the city (lo si può guardare nella home page di questo sito), bel montaggio tra lavorazioni orafe, gioielli indossati e scorci suggestivi della città di Vicenza nella meraviglia della tridimensionalità, ha avuto come ospiti Armando Branchini, segretario generale della Fondazione Altagamma, Matteo Marzotto, presidente dell’ENIT e imprenditore, Andrea Morante, amministratore delegato di Pomellato, e Mehul Choksi, presidente del gruppo indiano Gitanjali, ai quali è stata rivolta la domanda: Il gioiello italiano ha bisogno di una nuova “bussola”: dove puntarla?. Domanda opportuna, considerato il fatto che il settore appare quantomai disorientato.

Vivace il dibattito, stimolante negli argomenti toccati nei vari interventi, teso più ad individuare i vizi del comparto che a indicare immediate soluzioni. Tutti si son comunque detti d’accordo che esistono potenzialità per uno sviluppo futuro. Le potenzialità stanno ad esempio nella previsione di Armando Branchini di un raddoppio dei consumi dei beni di lusso da oggi al 2020 grazie ai consumatori di quei Paesi in tumultuosa crescita, soprattutto asiatici. Occorre, tuttavia, un cambio di passo, ha notato Matteo Marzotto, una discontinuità della visione commerciale che continua a mantenere gli Usa come mercato di riferimento. Anche Andrea Morante ha indicato la necessità di un cambio di passo, perché “sin qui gli italiani sono stati bravi a esportare, ma non a conquistare i mercati”. Ma per conquistare occorrono dimensioni produttive e di fatturato che in molti non si possono permettere: uno sfrenato individualismo ha impedito in Italia uno sviluppo industriale (di sistema) del settore. E le aggregazioni, ha laconicamente chiosato Morante “restano un affare complicato”.

Le debolezze strutturali e la mancanza di una chiara e forte identità, simile allo Swiss made degli orologi, non intaccano però il fascino del made in Italy. Se n’è fatto testimonial Mehul Choksi presidente di Gitanjali, la cui società sta acquistando aziende italiane, secondo cui “l’Italia si pone all’avanguardia nell’innovazione stilistica” e questa qualità continua a far breccia nei cuori e nelle preferenze dei consumatori. Si rende allora necessario un riposizionamento, consiglia Branchini, che non cambi la faccia al settore, ma che sappia valorizzare competenze e prodotti ha specificato Marzotto. Senza tralasciare un asset importante come la comunicazione, ha ricordato Choksi, verso target di consumo specifici: per esempio, lo scarso ricorso ai social network su internet simboleggia il ritardo del settore nei confronti del mercato più giovane. Serve un approccio diverso nella cultura d’impresa. Occorrerà, per esempio, come ha affermato Armando Branchini, tener conto dell’evoluzione dei consumatori e non più osservare solo le mosse della concorrenza.

Oriente e internet, dunque: ecco due direzioni su cui puntare con convinzione la bussola.

24 gennaio 2011

E il business diventa “social”

yearbookImperativo categorico: innovare. Innovare tutto: il prodotto, il processo, la distribuzione, la comunicazione. Un contributo alla causa l’ha dato a VICENZAORO First il workshop L’evoluzione della rete: il Web 2.0 a cui hanno partecipato numerosi orafi dando il loro contributo d’esperienza allo sviluppo del dibattito. L’ingegnere Guido Nardo, sviluppatore internazionale con un passato californiano in Facebook, ha illustrato come internet e la sua trasformazione dinamica sia la nuova frontiera della comunicazione che, attraverso l’interazione con i social network, assume una connotazione fortemente partecipativa. Le aziende che oggi desiderano aumentare la propria  competitività sul mercato e rafforzare la propria “web reputation” sentono l’esigenza di avvicinarsi al mondo dinamico dei social network. Il “passaparola” online può diventare uno strumento aggiuntivo di guida all’acquisto anche nel settore orafo sia B2B che B2C. Gold Yearbook, attualmente alla sua seconda edizione (nell’immagine, la copertina), è l’annuario di aziende e di espositori completamente trasferito in rete: dalle sue pagine si può accedere ai siti delle aziende e navigare tra le collezioni. Le fiere orafe con questo nuovo progetto si preparano ad entrare nel mondo dei nuovi media in maniera strutturata grazie all’integrazione di questo portale con i social network più popolari: Facebook e Twitter. Alla fine del workshop Paolo Dalla Chiara, direttore editoriale di Vioro Magazine, ha annunciato che sul sito di Gold Yearbook appariranno da maggio le classiche icone dei due siti “social” più famosi e frequentati e lo YearBook andrà a caccia di amici in tutto il mondo: distributori, retailer, produttori e clienti saranno i principali protagonisti della erigenda community orafa.

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