1 febbraio 2011

Adesso il Far East innova

aaronshumcoronetLa vitalità del Far East, ormai non più solo temibile competitor sulle quantità facendo leva sul basso prezzo, ma anche proiettato verso l’innovazione di prodotto. E’ ad esempio notizia recente che il brevetto internazionale Coronet Solitaire (una corona di sette brillanti montati senza griffe circondano un ottavo brillante posto al centro ottenendo l’effetto di un luminosissimo solitario, nella foto), di proprietà dell’azienda cinese Aaron Shum e diventato brand (è anche distribuito in Italia da Govoni) è stato premiato con l’Hong Kong Top Brands, promosso dall’Hong Kong Brand Development Council proprio al fine di incoraggiare le aziende locali a lavorare sulla qualità e perciò migliorare la percezione dell’immagine dell’industria della gioielleria made in Hong Kong (e Shenzhen).

Arriva oggi la notizia che il marchio Miiori New York, di proprietà di Jacob’s Jewelry, società armena con centro produttivo a Bangkok, presenterà alla prossima fiera di Basilea il nuovo brevetto studiato in modo che un pavé di pietre preziose cambi colore col movimento di chi lo indossa o di chi lo osserva. Non più statico, insomma, ma cangiante (dai 2 ai 3 colori). Si tratta di una innovazione nel metodo di incassatura e di posizionamento delle singole pietre che dà anche la possibilità di celare (e disvelare) un logo o le iniziali: perfetta per rispondere ai desideri di personalizzazione della clientela.

31 gennaio 2011

VICENZAORO. Alcuni appunti/la “bussola”

inauguraAncora qualche appunto su VICENZAORO First prima di archiviare l’argomento. Chiudiamo allora con l’evento inaugurale della manifestazione. Tavola rotonda promossa da Vioro Magazine con taglio del nastro finale (nella foto LaPresse, Ding Wei, ambasciatore cinese in Italia, e Roberto Ditri, presidente della Fiera). L’incontro, preceduto dalla visione del video in 3D Jewellery and the city (lo si può guardare nella home page di questo sito), bel montaggio tra lavorazioni orafe, gioielli indossati e scorci suggestivi della città di Vicenza nella meraviglia della tridimensionalità, ha avuto come ospiti Armando Branchini, segretario generale della Fondazione Altagamma, Matteo Marzotto, presidente dell’ENIT e imprenditore, Andrea Morante, amministratore delegato di Pomellato, e Mehul Choksi, presidente del gruppo indiano Gitanjali, ai quali è stata rivolta la domanda: Il gioiello italiano ha bisogno di una nuova “bussola”: dove puntarla?. Domanda opportuna, considerato il fatto che il settore appare quantomai disorientato.

Vivace il dibattito, stimolante negli argomenti toccati nei vari interventi, teso più ad individuare i vizi del comparto che a indicare immediate soluzioni. Tutti si son comunque detti d’accordo che esistono potenzialità per uno sviluppo futuro. Le potenzialità stanno ad esempio nella previsione di Armando Branchini di un raddoppio dei consumi dei beni di lusso da oggi al 2020 grazie ai consumatori di quei Paesi in tumultuosa crescita, soprattutto asiatici. Occorre, tuttavia, un cambio di passo, ha notato Matteo Marzotto, una discontinuità della visione commerciale che continua a mantenere gli Usa come mercato di riferimento. Anche Andrea Morante ha indicato la necessità di un cambio di passo, perché “sin qui gli italiani sono stati bravi a esportare, ma non a conquistare i mercati”. Ma per conquistare occorrono dimensioni produttive e di fatturato che in molti non si possono permettere: uno sfrenato individualismo ha impedito in Italia uno sviluppo industriale (di sistema) del settore. E le aggregazioni, ha laconicamente chiosato Morante “restano un affare complicato”.

Le debolezze strutturali e la mancanza di una chiara e forte identità, simile allo Swiss made degli orologi, non intaccano però il fascino del made in Italy. Se n’è fatto testimonial Mehul Choksi presidente di Gitanjali, la cui società sta acquistando aziende italiane, secondo cui “l’Italia si pone all’avanguardia nell’innovazione stilistica” e questa qualità continua a far breccia nei cuori e nelle preferenze dei consumatori. Si rende allora necessario un riposizionamento, consiglia Branchini, che non cambi la faccia al settore, ma che sappia valorizzare competenze e prodotti ha specificato Marzotto. Senza tralasciare un asset importante come la comunicazione, ha ricordato Choksi, verso target di consumo specifici: per esempio, lo scarso ricorso ai social network su internet simboleggia il ritardo del settore nei confronti del mercato più giovane. Serve un approccio diverso nella cultura d’impresa. Occorrerà, per esempio, come ha affermato Armando Branchini, tener conto dell’evoluzione dei consumatori e non più osservare solo le mosse della concorrenza.

Oriente e internet, dunque: ecco due direzioni su cui puntare con convinzione la bussola.

24 gennaio 2011

E il business diventa “social”

yearbookImperativo categorico: innovare. Innovare tutto: il prodotto, il processo, la distribuzione, la comunicazione. Un contributo alla causa l’ha dato a VICENZAORO First il workshop L’evoluzione della rete: il Web 2.0 a cui hanno partecipato numerosi orafi dando il loro contributo d’esperienza allo sviluppo del dibattito. L’ingegnere Guido Nardo, sviluppatore internazionale con un passato californiano in Facebook, ha illustrato come internet e la sua trasformazione dinamica sia la nuova frontiera della comunicazione che, attraverso l’interazione con i social network, assume una connotazione fortemente partecipativa. Le aziende che oggi desiderano aumentare la propria  competitività sul mercato e rafforzare la propria “web reputation” sentono l’esigenza di avvicinarsi al mondo dinamico dei social network. Il “passaparola” online può diventare uno strumento aggiuntivo di guida all’acquisto anche nel settore orafo sia B2B che B2C. Gold Yearbook, attualmente alla sua seconda edizione (nell’immagine, la copertina), è l’annuario di aziende e di espositori completamente trasferito in rete: dalle sue pagine si può accedere ai siti delle aziende e navigare tra le collezioni. Le fiere orafe con questo nuovo progetto si preparano ad entrare nel mondo dei nuovi media in maniera strutturata grazie all’integrazione di questo portale con i social network più popolari: Facebook e Twitter. Alla fine del workshop Paolo Dalla Chiara, direttore editoriale di Vioro Magazine, ha annunciato che sul sito di Gold Yearbook appariranno da maggio le classiche icone dei due siti “social” più famosi e frequentati e lo YearBook andrà a caccia di amici in tutto il mondo: distributori, retailer, produttori e clienti saranno i principali protagonisti della erigenda community orafa.

30 settembre 2010

Avanti un altro!

blue-nileAlla lista delle aziende che offrono una applicazione (”app”) per visitare i loro siti gratuitamente attraverso iPhone e piattaforme simili si aggiunge adesso l’americana Blue Nile, il più grosso internet retailer di diamanti e gioielleria del mercato Usa con un fatturato di 302 milioni di dollari (dicembre 2009).

16 settembre 2010

Diamanti in un app!

dimexonMa chi l’ha detto che i diamantaire sono la categoria più conservatrice del settore? Se andate sul sito di Dimexon, una delle maggiori aziende di produzione e di distribuzione di diamanti tagliati con sede a Mumbai, avete la possibilità di scaricare l’applicazione mobile (app) e consultare lo stock ed eventualmente ordinare il prodotto scelto attraverso le piattaforme BlackBerry, iPhone e iPad. Il servizio offre anche l’opportunità di chiedere informazioni su diamanti non presenti nell’inventario. “Pensiamo che questa novità sia destinata a rivoluzionare il business, diventando un nuovo sistema di relazione per il settore”, ha detto Vishal Mehta, direttore di Dimexon. L’adozione alla tecnologia mobile si è resa necessaria dopo aver analizzato le nuove attitudini all’acquisto da parte dei buyer più sensibili alle innovazione tecnologiche oggi a disposizione.

29 giugno 2010

Omaggio ad un innovatore

hayekUn innovatore. Di quelli veri, di quelli che naturalmente ed incomprensibilmente attirano su di sé critiche al calor bianco. Si ricordano ancora i fastidi dei dettaglianti italiani avversi a quella novità pop e cheap che divenne un’ossessione, una rivoluzione del costume: lunghissime code di giovani e non per accappararsi l’ultimo modello. La “povertà” di quell’oggetto, praticamente un “usa e getta”, minava il loro prestigio di gioiellieri. Purtroppo, oggi le code si fanno per l’iPhone o per l’iPad, altro settore. Eppure, lui ha avuto il merito di inventarsi un orologio di plastica, però fatto in svizzera, che salvò l’intera industria elvetica dei segnatempo che allora, era l’inizio degli anni ‘80, si dibatteva in una crisi che pareva terminale sotto l’attacco del quarzo giapponese. Ed ebbe anche il merito di tonificare i bilanci del dettaglio, oltrettutto creando traffico all’interno dei punti vendita. Lui attaccò il made in Japan proprio sul suo terreno, aggiungendoci il design, la comunicazione ed alcune soluzioni tecniche rivoluzionarie improntate al risparmio. E fu il big bang, la rinascita dello Swiss Made. Da quella intuizione nacque un gigante che oggi raccoglie marchi blasonati come Omega, Tissot, Longines, Breguet e che fattura 4,5 miliardi di euro l’anno. Nicholas Hayek, inventore dello Swatch, è scomparso ieri all’età di 82 anni.

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