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	<title>Vioro Magazine &#187; valore</title>
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	<description>Il magazine dei gioielli</description>
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		<title>Che bel match, ma l&#8217;industria dov&#8217;era?</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Jun 2011 23:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;infinito ed il contemporaneo, il valore materiale e l&#8217;effimero, il concetto e il contesto, gli autori e gli artisti, l&#8217;idea e la tecnica, i puristi e i teorici. Chi si è definito &#8220;Argentosaurus Rex&#8221; rivendicando la propria identità nella cultura manifatturiera e chi invece rintraccia nella fronda che ornava nei dipinti antichi Eva nel paradiso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.vioromagazine.it/wp-content/uploads/arro.jpg" rel="wp-prettyPhoto[g4643]"><img class="alignleft size-full wp-image-4642" title="arro" src="http://www.vioromagazine.it/wp-content/uploads/arro.jpg" alt="arro" width="267" height="203" /></a>L&#8217;infinito ed il contemporaneo, il valore materiale e l&#8217;effimero, il concetto e il contesto, gli autori e gli artisti, l&#8217;idea e la tecnica, i puristi e i teorici. Chi si è definito &#8220;Argentosaurus Rex&#8221; rivendicando la propria identità nella cultura manifatturiera e chi invece rintraccia nella fronda che ornava nei dipinti antichi Eva nel paradiso terrestre la progenitura dell&#8217;ornamento per arrivare alla carta come espressione post-moderna volendo stabilire il primato dei significati immateriali sulla materia. Insomma, un bel match, ponderoso e dotto nei contenuti, lunedì scorso a Roma promosso dalla ARRO (Associazione Regionale Romana Orafi): <span style="color: #ff0000;">otto diversi relatori e otto diversi modi di intendere e descrivere il gioiello</span>. Posizioni inesorabilmente antitetiche che insieme hanno sfornato un ritratto sfaccettato del gioiello. E tanti saluti al pensiero unico! Tante opinioni che faticano a ricongiungersi, come si trattasse di una galassia di punti senza alcuna relazione né possibilità di compromesso tra loro: complicato fare dunque una sintesi esaustiva da contenere in poche righe. Probabilmente inutile. E comunque sia, nel contesto dell&#8217;incontro romano il gioiello, &#8220;quel piccolo e terribile oggetto&#8221; così difficile da progettare come diceva l&#8217;architetto-designer Alessandro Mendini, ha dato l&#8217;impressione, pur nelle note difficoltà del settore, di essere un&#8217;entità vitale, profonda, complicata, interessante, coinvolgente, che a migliaia di anni di distanza rimane testimonianza di cultura e di socialità e che infatti il cervello umano continua a stabilire come oggetto non comune e sorprendente. E allora, al di là della cronaca degli interventi che Vioro Magazine pubblicherà in settembre, un suggerimento: sarebbe bello e opportuno far tesoro di simili occasioni culturali e portarle a contatto del pubblico come originale e formidabile spot promozionale del gioiello. E poi un appunto: tra gli otto relatori &#8211; un diamantaire, un professore di psichiatria, due docenti di design, due storici del gioiello, un artista, un maestro orafo e critico del gioiello &#8211; si è fatta evidente l&#8217;assenza di una voce proveniente da quella che pomposamente si definisce industria, cioè la rete di imprese e di marchi che opera nei distretti tradizionali, anch&#8217;essa capace di esprimere preziose esperienze, pur in una concezione prettamente commerciale, in termini di innovazione formale e tecnica secondo percorsi non banali. Perché non tenerne conto visto che si dibatteva &#8220;intorno al gioiello&#8221;?</p>
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		<title>Cultura e sottocultura</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jun 2011 15:53:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In vista dell&#8217;incontro romano di lunedì prossimo al MAXXI, intitolato &#8220;Intorno al gioiello &#8211; Esperienze del contemporaneo nella strategia dell&#8217;ornamento&#8221;, il curatore Claudio Franchi ha diffuso questa nota che il nostro blog pubblica integralmente per offrire un nuovo motivo di riflessione sulla professione dell&#8217;orafo.
Il fenomeno del gioiello contemporaneo irrompe in comunicazioni recenti come il presunto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In vista dell&#8217;incontro romano di lunedì prossimo al MAXXI, intitolato &#8220;Intorno al gioiello &#8211; Esperienze del contemporaneo nella strategia dell&#8217;ornamento&#8221;, il curatore Claudio Franchi ha diffuso questa nota che il nostro blog pubblica integralmente per offrire <span style="color: #ff0000;">un nuovo motivo di riflessione sulla professione dell&#8217;oraf</span><span style="color: #ff0000;">o</span>.</p>
<p>Il fenomeno del gioiello contemporaneo irrompe in comunicazioni recenti come il presunto potenziale innovante in grado di rilanciare il mercato del gioiello. Il gioiello contemporaneo dichiara, attraverso i suoi sostenitori, che i materiali pregiati e le sofisticate tecniche artigianali sono valori superati dall&#8217;uso di materiali eterogenei e dalla loro versatilità a trasformarsi in oggetto da decoro. Di contro lo studio del monitoraggio sui consumatori del prodotto di gioielleria, promosso da ARRO, rivela che oltre l&#8217;85% degli intervistati a Roma e ben l&#8217;87% a Milano, riconosce il gioiello come un prodotto artigianale fatto di materiali preziosi e gemme.</p>
<p>Quindi, la conoscenza delle tecniche orafe si può dichiarare archiviata nella nostra società liquida? Il gioiello è uno spazio aperto &#8211; come quello dell&#8217;arte &#8211; nel quale le abilità, i contenuti, la poetica, l&#8217;indossabilità, l&#8217;ergonomia non sono che elementi accessori e poco significanti? E&#8217; proprio vero che il gioiello ha perso la sua aura e i suoi confini appaiono sfumati con l&#8217;accessorio? O è piuttosto una forma di marketing manipolante del suo farsi protagonista a dispetto di un prodotto che è radicato nell&#8217;immaginario collettivo come pregiato, raro ed espressione di abilità sofisticate? E&#8217; sufficiente che in un tempo tanto breve, come quello che vede protagonista il fenomeno del cosidetto &#8220;gioiello contemporaneo&#8221;, si possano cancellare secoli di esperienze e tradizioni, in nome dell&#8217;innovazione a tutti i costi? O ci troviamo, forse, di fronte ad una sottocultura del gioiello che con arroganza e presunzione ritiene di poter fare a meno di ciò che la storia ha costruito prima del nostro instabile presente? E perchè il fenomeno del &#8220;gioiello contemporaneo&#8221;, nell&#8217;esplicitare la propria dimensione storica di tempo presente, non si pone la necessità di contestualizzare le proprie esperienze in rapporto ai fenomeni storici che ne hanno preceduto il suo protagonismo attuale, come del resto succede in tutti gli ambiti delle espressività umane?</p>
<p>Queste e altre dicotomie saranno argomento di trattazione nella Prima Conferenza di Sistema che si terrà al MAXXI il prossimo 13 giugno. E&#8217; pertanto utile partecipare per chi opera nel settore, al fine di stimolare opportune riflessioni in grado di costruire una cultura dell&#8217;ornamento che sappia confrontarsi con le esigenze &#8211; spesso a noi sconosciute &#8211; del nostro pubblico di riferimento.</p>
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		<title>Appunti da VICENZAORO Charm/2</title>
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		<pubDate>Thu, 26 May 2011 15:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con spazi tematici come l&#8217;Inspirational Gallery o l&#8217;Officina Creativa o con il talk show inaugurale &#8220;Chi ha paura&#8230;?&#8221;, VICENZAORO Charm ha probabilmente esacerbato i termini della lotta ormai titanica tra alto e basso, tra lusso e accessibilità, tra &#8220;vero&#8221; e &#8220;falso&#8221;, tra il concetto di prezzo e quello di valore, anche tra chi insiste nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.vioromagazine.it/wp-content/uploads/duepunti.jpg" rel="wp-prettyPhoto[g4505]"><img class="alignleft size-full wp-image-4504" title="duepunti" src="http://www.vioromagazine.it/wp-content/uploads/duepunti.jpg" alt="duepunti" width="254" height="176" /></a>Con spazi tematici come l&#8217;Inspirational Gallery o l&#8217;Officina Creativa o con il talk show inaugurale &#8220;Chi ha paura&#8230;?&#8221;, VICENZAORO Charm ha probabilmente esacerbato i termini della lotta ormai titanica tra alto e basso, tra lusso e accessibilità, tra &#8220;vero&#8221; e &#8220;falso&#8221;, tra il concetto di prezzo e quello di valore, anche tra chi insiste nel mantenere tutto in Italia e chi invece non vede alternative nel servirsi di manifatture a basso costo provenienti da altri continenti. E&#8217; chiaro, non se ne esce, ognuno ha le sue buone ragioni per prendere una direzione o il suo contrario. Il Grande Timoniere Mao Tse-Tung sentenziò confucianamente: &#8220;grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è ottima&#8221;. Più che ottimo, pare invece che oggi lo sgretolarsi accelerato dell&#8217;idea che il gioiello debba essere fatto in materiali preziosi abbia motivazioni economiche prima che concettuali, che prevalga la necessità sul pensiero. Altri tempi (appena un decennio fa) quando il connubio plastica + diamanti appariva un vezzo snob. E allora, parafrasando: &#8220;<span style="color: #ff0000;">grande è l&#8217;ibridazione sotto il cielo</span>&#8220;. Ma c&#8217;è tuttavia chi riesce a trovare in questo contesto occasione per spensierati divertissement, come nel caso della novità presentata a Vicenza da Blue White Group. La società milanese ha creato il marchio Due Punti, colorata deviazione alla sua produzione di alta gioielleria. Si tratta di un anello in silicone su cui è incastonato un brillante da due punti. E l&#8217;idea ha incontrato l&#8217;incondizionato entusiasmo di un illustre diamantaire, dichiaratosi prontissimo a coglierne le potenzialità commerciali.</p>
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		<title>Qualità in difesa del lusso</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jul 2009 08:47:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ci pare interessante riportare integralmente il commento di Sonia (così si firma) ad un post pubblicato nel blog di Paola Bottelli (http://paolabottelli.blog.ilsole24ore.com) dal titolo &#8220;Lusso, il rilancio del valore sicuro&#8221;. Eccolo: &#8220;nella moda all&#8217;idea di lusso si va sostituendo il concetto di qualità. E non lo proclamano solo i patron delle grandi maison della couture. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci pare interessante riportare integralmente il commento di Sonia (così si firma) ad un post pubblicato nel blog di Paola Bottelli (<a href="http://paolabottelli.blog.ilsole24ore.com" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">http://paolabottelli.blog.ilsole24ore.com</span></a>) dal titolo &#8220;Lusso, il rilancio del valore sicuro&#8221;. Eccolo: &#8220;nella moda all&#8217;idea di lusso si va sostituendo il concetto di qualità. E non lo proclamano solo i patron delle grandi maison della couture. Lo sto notando anche nel settore orafo, in cui opero, dove i valori artigianali, l&#8217;attenzione ai dettagli, ai materiali, alle forme, stanno rifiorendo decisamente. In nome del business sì, ma pure di una difesa estetica contro la barbarie culturale che ha legittimato tutto il peggio&#8221;. Un piccolo segnale, però eloquente, di come il mercato si stia ri-orientando in direzione di una corretta percezione dei concetti di lusso e di valore.</p>
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		<title>La moda e i falsi miti</title>
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		<pubDate>Thu, 07 May 2009 13:09:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Potere della comunicazione. Un articolo di Affari &#38; Finanza esalta il gioiello falso, ovvero la bigiotteria. A suo dire: una tendenza emergente e griffatissima molto più adeguata per gusto e costo alla recessione. E l&#8217;industria italiana del gioiello (quello vero) fa ancora la figura della Cenerentola, per di più demodé.
Niente male lo spazio che Affari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-518" title="falsi4" src="http://www.vioromagazine.it/wp-content/uploads/falsi4.jpg" alt="falsi4" width="280" height="205" />Potere della comunicazione. Un articolo di Affari &amp; Finanza esalta il <span style="color: #ff0000;">gioiello falso</span>, ovvero la bigiotteria. A suo dire: una tendenza emergente e griffatissima molto più adeguata per gusto e costo alla recessione. E l&#8217;industria italiana del gioiello (quello vero) fa ancora la figura della Cenerentola, per di più demodé.<span id="more-447"></span></p>
<p>Niente male lo spazio che Affari &amp; Finanza, supplemento economico de La Repubblica, ha dedicato alla nuova tendenza del gioiello lunedì 27 aprile scorso. Peccato che il gioiello in questione sia quello falso, cioè la bigiotteria, descritta nell&#8217;articolo in maniera molto più chic come bijoux couture. &#8220;Gioielli, l&#8217;ora dei falsi tra crisi e seduzione&#8221; era questo il titolo che campeggiava al centro di pagina 38. Insomma, sentenzia il testo, &#8220;in tempi in cui l&#8217;arte di arrangiarsi è una necessità ed insieme una virtù, la tendenza dei <em>chunky jewels</em> (come li chiamano in America) ha preso piede anche in Italia&#8221;. Non detto esplicitamente, ma lasciato intendere: se si vuol essere alla moda meglio i falsi gioielli, altro che oro e diamanti! E a corredo della tesi ecco un elenco di nomi ben forniti di un prodotto fortemente effimero: Louis Vuitton, Lanvin, Balenciaga, Prada, Etro, Dolce &amp; Gabbana. In chiusura di articolo, la dichiarazione della designer Rossana Buriassi, che dice: &#8220;Le donne amano i gioielli falsi perché sono dei talismani di seduzione&#8221;. Fantastico. Ma non si era detto, invece, che la recessione rappresenta il passaggio verso la rivalutazione da parte del consumatore della complessa simbologia del gioiello e del suo valore più autentico? A chi spetta il compito di avvertire i media?</p>
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		<title>Lusso vero</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jan 2009 15:27:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Lo stilista Lorenzo Riva, ospite a VicenzaOro First, conferma una tendenza sempre più evidente: nei periodi difficili emerge il reale valore del prodotto.
Lusso senza compromessi. Cioè, valore e artigianalità ai massimi livelli. Questo il pensiero del couturier Lorenzo Riva. “Alla prima della Scala – dice Riva – primeggiavano i gioielli. Nei tempi più complicati emerge [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 58.95pt 0pt 0cm; line-height: 150%; text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-390" title="6" src="http://www.vioromagazine.it/wp-content/uploads/6.jpg" alt="" width="105" height="158" />Lo stilista <span style="color: #ff0000;">Lorenzo Riva</span>, ospite a VicenzaOro First, conferma una tendenza sempre più evidente: nei periodi difficili emerge il reale valore del prodotto.<span id="more-386"></span></p>
<p style="margin: 0cm 58.95pt 0pt 0cm; line-height: 150%; text-align: justify;">Lusso senza compromessi. Cioè, valore e artigianalità ai massimi livelli. Questo il pensiero del couturier Lorenzo Riva. “Alla prima della Scala – dice Riva – primeggiavano i gioielli. Nei tempi più complicati emerge sempre il lusso vero, e quello che si esprime attraverso le pietre preziose. Oggi i mariti preferiscono regalare i gioielli: un abito pur bello si deprezza, un gioiello è un valore che dura”. Considerando però che si è grandemente abusato del temine lusso negli ultimi anni, qual è il suo significato secondo Lorenzo Riva? “Permettersi qualcosa di superfluo che sia contemporaneamente un rifugio”. Lo stilista non ha quindi dubbi: per gioielli egli intende quei prodotti classici realizzati in metalli e pietre preziose: “Certo,  oggi ci sono un sacco di firme che però valgono molto poco rispetto i grandi nomi storici della gioielleria. – afferma tranchant – Per la verità, ho visto in Fiera gioielli molto molto belli proposti da nomi non celebri, autentici artigiani. Ecco: nei momenti di crisi rifugiamoci nell’artigianalità”.</p>
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		<title>Rinascimento, parte terza</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jan 2009 09:37:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Linda Gobbi, sociologa ex allieva di Alberoni, conia il nuovo termine “consumautore” e pronostica il compiersi di un altro Rinascimento italiano. Che comincia domani.
Chi è il “Consumautore”? E’ il consumer che decide da solo. Responsabile delle proprie scelte, diventa autore di se stesso. O almeno del proprio look. Oggi ci troviamo alle soglie della terza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 58.95pt 0pt 0cm; line-height: 150%; text-align: left;"><img class="alignleft size-full wp-image-374" title="2" src="http://www.vioromagazine.it/wp-content/uploads/2.jpg" alt="" width="101" height="152" /><span style="color: #ff0000;">Linda Gobbi</span>, sociologa ex allieva di Alberoni, conia il nuovo termine “consumautore” e pronostica il compiersi di un altro Rinascimento italiano. Che comincia domani.</p>
<p style="text-align: left;"><span id="more-330"></span>Chi è il “Consumautore”? E’ il consumer che decide da solo. Responsabile delle proprie scelte, diventa autore di se stesso. O almeno del proprio look. Oggi ci troviamo alle soglie della terza edizione del Rinascimento italiano: (la prima è quella che conosciamo fin dai banchi di scuola; la seconda è quella luminosa e moderna del design italiano a partire da Olivetti (Adriano), la terza è questa presente. Anzi, prossima ventura. Il “consumautore” si troverà a farla da protagonista selettivo in una situazione in cui si va sempre più affermando la nuova creatività italiana. Che non si esprime in numero di brevetti, ma in un’ingegnosità diffusa, applicata su ogni oggetto.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Tre filoni</strong> Linda Gobbi individua tre filoni che caratterizzano il Rinascimento (parte terza): a) la Perceptione Virtuosa, in cui il virtuosismo creativo del produttore incontra la comprensione e i gusti del consumatore; b) le Memoriae Visionariae, in cui si recupera il valore del territorio, delle storie, del genius loci come motivo di ispirazione e del produrre valori; c) l’Emotion Soutenible, in cui il mondo eco-green si riscatta da ogni pauperismo punitivo per rendersi “anima e valore” del progetto. Da notare l’uso del latino, del francese o dell’italiano antico al posto degli anglismi oggi tanto di moda.</p>
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		<title>Alla riscoperta del valore perduto</title>
		<link>http://www.vioromagazine.it/alla-riscoperta-del-valore-perduto/</link>
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		<pubDate>Tue, 23 Dec 2008 16:38:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[
Il recente crollo finanziario ha disperso molto fumo. La finanza di carta si è sbriciolata assieme a tante illusioni e il consumatore torna al valore reale. C’è bisogno di verità, di certezze, di qualità autentiche. Intervistiamo Antonio Catalani: “vedo un trend proiettato verso valori concreti e tangibili”. Che la marca (e il punto vendita) dovrà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p><a href="http://www.vioromagazine.it/wp-content/uploads/catalanigio6427.jpg" rel="wp-prettyPhoto[g238]"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-271" title="catalanigio6427" src="http://www.vioromagazine.it/wp-content/uploads/catalanigio6427.jpg" alt="" width="252" height="169" /></a><span style="color: #c0c0c0;"><span style="font-style: normal;"><span style="color: #000000;">Il recente crollo finanziario ha disperso molto fumo. La finanza di carta si è sbriciolata assieme a tante illusioni e il consumatore torna al valore reale. C’è bisogno di verità, di certezze, di qualità autentiche. Intervistiamo </span></span></span><span style="color: #ffcc00;"><span style="font-style: normal;"><span style="color: #ff0000;">Antonio Catalan</span></span></span><span style="color: #ffcc00;"><span style="font-style: normal;"><span style="color: #ff0000;">i</span></span></span><span style="color: #c0c0c0;"><span style="font-style: normal;"><span style="color: #000000;">: “vedo un trend proiettato verso valori concreti e tangibili”. Che la marca (e il punto vendita) dovrà fornire, e garantire.</span></span><span id="more-238"></span><!--StartFragment--></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-style: normal;"><strong><span style="color: #000000;">La clessidra</span></strong></span><span style="font-style: normal;"><span style="color: #000000;"> L’attuale mercato ha una forma, somiglia a una clessidra. Due metà collegate da un canale stretto. Nel nostro caso la metà sopra contiene la gamma alta; nella metà in basso si trovano l’accessorio fashion, i materiali cosiddetti alternativi: il “lusso accessibile” che va molto. Il canale di passagggio rappresenta la fascia media (di reddito e consumo) che – secondo insistenti analisi – va scomparendo. Il professor Antonio Catalani sostituisce l’immagine della clessidra con il provolone, la testa è minima rispetto al corpo: ma la parte media dei consumer, strozzata tra il lusso e il “basso”, non è scomparsa come mercato. Si è assottigliata. Forse è in attesa.</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-style: normal;"><strong><span style="color: #000000;">Chance e Change</span></strong></span><span style="font-style: normal;"><span style="color: #000000;"> In troppi, infatti, danno per spacciata la middle class, ma Catalani non ci crede: “Il cliente medio non è cambiato, sono cambiate le sue esigenze”.</span></span><span style="font-style: normal;"><span style="color: #000000;"> </span></span><span style="font-style: normal;"><span style="color: #000000;">Si è portato verso l’accessorio-moda a scapito del gioiello-investimento: ha vinto il pricing più leggero. Ora? Diciamo meglio: fino a ieri. Perchè ieri è successa una cosa che probabilmente cambia in radice le situazioni note di mercato. “Lo sgonfiarsi drammatico dell’economia immateriale – ipotizza Catalani – potrebbe far tornare una visione più sana e realisticamente proporzionata tra contenuti e valori”. Quindi i prodotti che si sono imposti grazie solo al miracolo del brand potrebbero cadere, professore? “Potrebbe essere una rivoluzione culturale, sì”.</span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-style: normal;"><strong><span style="color: #000000;">Discontinuità</span></strong></span><span style="font-style: normal;"><span style="color: #000000;"> Insomma, i ripetuti crac finanziari hanno procurato fratture non solo economiche, forse anche culturali e sociali. Per dire, chi avrebbe immaginato mai che i titoli della potentissima banca Lehman Brothers si sarebbero rivelati nel volgere di una singola notte carta straccia? Catalani: “Mi chiedo allora: non è che usciremo da questa situazione tornando ad attribuire valore a cose concrete?” Azzardiamo: i soli valori della marca non bastano più, professore? La marca, serve, eccome, però assieme al design dovrà adesso far leva su solidi appoggi: “I consumatori hanno bisogno di certezze. La qualità della pasta, di un maglione, del gioiello”. C’è bisogno di verità.</span></span></p>
<p><span style="font-style: normal;"><strong><span style="color: #000000;">Produco ergo vendo</span></strong></span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;"> Detto ciò, ci chiediamo se oggi sia più importante saper produrre o saper vendere. Catalani rifiuta una simile, anacronistica distinzione. “Un tempo figure separate, – spiega – produttore e distributore tendono oggi a identificarsi perchè vendere significa saper portare un certo prodotto al cliente giusto e produrre significa saper fare quel prodotto per quel cliente. La separazione tra le due attività è un gap culturale che ancora oggi affligge il settore. La visione dicotomica tra produzione e vendita va invece definitavamente superata”. In questo senso, nell’odierno panorama distributivo “temo che il ruolo del grossista rischi di diventare marginale – osserva Catalani – sia perchè lavora tradizionalmente su prodotti indifferenziati, sia perchè la catena distributiva ha individuato soluzioni per accorciarsi”. Il grossista ha perso l’occasione storica di diventare aggregatore di negozi o, come nella moda, di istituire show room indipendenti che promuovono presso dettaglianti qualificati prodotti qualificati di piccole nicchie e piccole marche.</span></span></span></p>
<p><span style="font-style: normal;"><strong><span style="color: #000000;">Ti spezzo in due</span></strong><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;"> </span></span></span><span style="font-style: normal;"><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Ritornando al concetto della clessidra, l’attuale assetto distributivo retail in Italia tende all’evidenza a suddividere il mercato in due, allineandosi alle due visioni del gioiello: d’uso quotidiano, decorazione, accessorio, gioco; opera alta, importante, con valore sociale ed economico. E dunque: gioiellerie da una parte, catene di vendita visiva dall’altra. “Sono i due sistemi di vendita imperanti in Italia, – dice Catalani – ma la proprietà familiare, la scarsa managerialità e non ultimo l’opacità fiscale sono fattori che frenano in Italia un’evoluzione distributiva. Le catene di medio livello da noi non esistono, mentre altrove si trovano (come negli Usa); catene di 20, 30 o anche 100 negozi che potrebbero creare lo spazio per un bel gioiello industriale, di qualità intrinseca, non solo di apparenza”. Senza tacere un altro fenomeno attuale: il proliferare dei negozi che recuperano l’oro usato, tendenza che va ad alimentare la piccola produzione artigianale unbranded così prossima all’opacità fiscale. Mentre sui concept store, formula di vendita oggi molto celebrata, Catalani è tranchant nel giudizio: “Nella mia logica sono abituato a vedere i risultati strategici ed economici, non a seguire la moda”.</span></span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-style: normal;"><strong><span style="color: #000000;">Marca e quasi marca</span></strong><span style="color: #000000;"> </span></span><span style="font-style: normal;"><span style="color: #000000;">Nelle dinamiche della distribuzione la marca è un fattore sempre più determinante. “La marca è un’esigenza del consumatore destinata pur se lentamente a dominare il mercato”, afferma Catalani. Ma le marche riconosciute dal pubblico sono poche, molte invece sono le “quasi marche”, il cui percorso di crescita è visto spesso come fenomeno di sovrastruttura pubblicitaria, non come politica di servizio, e che spesso intraprendono il rapporto distributivo selezionando i punti vendita concessionari. Selezionano, cioè riducono per qualificarsi. In tal senso Catalani mette in guardia: “la selezione distributiva è una questione di omogeneità: vuol dire servire negozi che si rivolgono tutti allo stesso segmento di consumo”. Insomma, distribuire è un aspetto fondamentale per posizionare la marca, ma anche dal punto di vista dei fatturati occorre prestare attenzione. “Se si taglia, ad esempio, il 30% della distribuzione, – chiede Catalani – in che modo si recupererà il 30% delle vendite?” E’ quindi determinante ottimizzare la dimensione distributiva: “Non solo non caricherò il mio concessionario di obblighi e obiettivi, – afferma Catalani – ma quello stesso negozio sarà probabilmente più interessato a trattarmi proprio perché non gli chiedo un esagerato impegno finanziario”. </span></span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-style: normal;"><strong><span style="color: #000000;">Fare sistema</span></strong></span><span style="font-style: normal;"><span style="color: #000000;"> Mi qualifico selezionando, non pare insomma l’idea più corretta, anche perché se la domanda di marca non è una discriminante, il consumatore tende a non acquistare il prodotto che non trova con facilità. “Altre azioni possono invece qualificare la marca. – consiglia Catalani – Un’offerta costante e non inflazionata da troppe novità, una serie di prodotti permanenti all’interno delle collezioni ed un’evoluzione creativa dei temi che consenta la valorizzazione dello stock. Comunque sia, tutti i meccanismi distributivi – conclude Catalani – vanno visti nell’ottica di un “sistema” interconnesso di attività che porta a precise finalità economiche e strategiche, piuttosto che una serie di singole azioni grazie alle quali succede qualcosa indipendentemente dalle altre”.</span></span></p>
<p><span style="font-style: normal;"><strong><span style="color: #c0c0c0;"><span style="color: #000000;">Futuro</span></span></strong></span><span style="font-style: normal;"><span style="color: #c0c0c0;"><span style="color: #000000;"> Per Catalani le coordinate per un futuro che nasce dal crac si riassumono quindi in coerenza, progetti chiari e mezzi finanziari adeguati. Problema annoso: come reperire i mezzi finanziari adeguati? “Per decenni abbiamo fatto famiglia ricca e impresa povera, adesso è venuto il momento di invertire il principio”.</span></span></span></p>
<p><span style="font-style: normal;"><span style="color: #c0c0c0;"><span style="color: #c0c0c0;"><em><span style="color: #000000;"><strong><span style="color: #ff0000;">Antonio Catalani. Chi è</span></strong></span></em></span></span></span></p>
<p><span style="font-style: normal;"><span style="color: #c0c0c0;"><span style="color: #c0c0c0;"><em><em><span style="color: #000000;">Docente senior all’Univeristà Bocconi di Milano (Strategia e Imprenditorialità della Scuola di Direzione aziendale), Antonio Catalani è anche titolare di Politica della Marca presso la Iulm. Consulente di marketing e comunicazione, compie ricerche su lusso, moda e design. Con le colleghe Luana Carcano e Paola Varacca Capello ha firmato due libri sul settore: “Il gioiello italiano ad una svolta” (2005) e “Miti da sfatare nel gioiello” (2007).</span></em></em></span></span></span></p>
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